Capitolo 1.1
Che cosa è più triste di una divisa? Rigida, austera, sempre pronta al peggio. Non pensa alla comodità, una divisa, né alla felicità. Una divisa esegue gli ordini, senza fare domande. Non ha altro compito che proteggere e servire. Di più non le viene richiesto, di più non chiede. Per una divisa una macchia di sangue o di pomodoro non fa alcuna differenza. Sempre all’erta, indifferente a chi la indossa. L’agente si adatta alla divisa, non viceversa. Non ha proprietari, una divisa, appartiene al dipartimento, non allo sbirro. Una divisa è uguale ad altre migliaia di divise. Ogni piccola differenza è un difetto e non è accettato. Una divisa impone rispetto. Non perché se lo è meritato, ma perché é una divisa; come detto - non importa chi la indossa. Una divisa seda ferma arresta trasferisce presidia scorta sorveglia pattuglia sgomina sequestra. Non conosce cura, una divisa, e non ne richiede. Perché non é un vero indumento, ma soltanto un’uniforme.
Non c’è niente di più triste di una divisa. Se non, forse, l’agente che la indossa. Che non è una persona ma, appunto, una divisa. Un numero. Un grado. Autorità. Per interposta persona.
Però.
Però.
In tutta la sua tristezza, una divisa fa miracoli. Se, per esempio, sei uno sporco negro parassita scarafaggio ratto immigrato di merda, con una divisa addosso non rubi più il lavoro ai tedeschi non puzzi più di arachidi e pollo fritto non devi nemmno più tornare al tuo paese. Con una divisa addosso, come per magia, non sei più niente se non una divisa. Un numero. Un grado. Autorità.
Hai detto qualcosa?
Eh?
Ho detto: hai detto qualcosa?
Io?
Sì vabbè buonanotte.
Ma non possiamo aspettare in macchina?
E lui lo lasciamo lì appeso?
Beh? E chi se lo ruba?
(ci pensa) Hai ragione.
(non si muovono) Aspettiamo và.
Nevica fiocchi grossi come granate e pesanti come arance. La città è avvolta nel silenzio ovattato dell’inverno più lungo della sua storia. I due sbirri contemplano la statua di Bettina e Achim von Arnim coperta da una spanna di neve.
Forse dovremmo slegarlo.
Non se ne parla.
Ma se gela?
Beh? Ti dispiace?
(ci pensa) No, hai ragione.
Finisci il caffè e mi dai una mano col nastro.
(beve il caffè con una smorfia) Che porcheria. (lo butta)
Tirano il nastro da un lampione all’altro, delimitando il piedistallo dei von Arnim. È l’alba, di certo non si accalca nessuno sulla scena del crimine. La ricetrasmittente rantola stizzosa.
(preme un tasto) Avanti centrale.
(rantolo)
(preme un tasto) Avanti centrale. Ripetere, passo.
(fischio)
4,80€ per un macchiato di merda, chi l’avrebbe detto.
Dove l’hai preso?
Einstein.
Einstein sa fare i dolci. Il caffè lo devi prendere dagli italiani.
4,80€. Se me lo avessero detto solo cinque anni fa.
Che avresti fatto?
Beh non ci avrei creduto.
No, neanche io.
Tra il nulla della neve battente si insinua in lontananza il suono di una sirena. Berlino non ha bisogno di sveglie: attende i primi bitonali della polizia che va a raccattare i tossici.
Arrivano. Prepara i documenti per il verbale.
(continua)
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