Ora d’Africa
C’è qualcosa che mi intenerisce nel modo in cui perdono, queste indomite squadre africane. Con la loro fame, il loro evidente amore per il gioco, si sono spinte tutte a un calcio superiore rispetto alle nazionali coloniali. Almeno per un po’. Poi tutte, immancabilmente, hanno perso il vantaggio guadagnato, negli ultimi dieci minuti di gioco. In alcuni casi in modo davvero sorprendente, come l’Egitto questa sera.
Mi commuovo per la mia personalissima interpretazione del fenomeno: si emozionano. Lo penso perché ho avuto un padre che da ragazzino non mi ha lasciato vincere mai. Poi col tempo lo ho eguagliato e infine superato. Ma anche quando ho cominciato a giocare meglio di lui, non riuscivo a batterlo: mi portavo in vantaggio, ci restavo, infine mi emozionavo, mi distraevo e perdevo.
Giocano nelle leghe europee più blasonate, non hanno nulla da invidiare a inglesi e olandesi, eppure quando vestono la maglia nazionale, è come se dovessero sempre dimostrare qualcosa. E il peso, alla lunga li schiaccia.
Ma è questione di tempo. È evidente che già questa edizione dei mondiali non dovrebbe più appartenere a squadre occidentali. Ed è forse proprio dall’Africa che potremmo tutti riscoprire la passione per questo sport smarrito e corrotto. Sarebbe anche ora.
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