Una cosa nuova (che se non ricapita è meglio)
È un vagone vecchio, senza schermi led e con le porte che ancora si aprono con la maniglia. Per quest’ora del mattino è insolitamente deserto. Mi siedo sulla poltronicina di plasticaccia decorata con fantasie anni Ottanta, vicino a una delle porte. Prendo un libro dallo zaino. Il vecchio vagone, la giornata tiepida di primavera, il libro, tutto promette un viaggio felice. Il romanzo mi sta piacendo, è il tipico che mi sarebbe piaciuto scrivere - “Il Prodigio”, di Fabrizio Sinisi. Magari ci scriverò un pezzo più avanti, ora sono a metà e conto di leggere la mia ventina di pagine prima di scendere alla fermata dell’ufficio.
Prima di cominciare mi guardo un attimo intorno. Siamo in cinque. Una signorona è seduta in capo al vagone, a sua volta legge un libro dalla copertina iridescente e poco promettente. All’altro capo della carrozza un tipo che avevo già incontrato da qualche parte, difficile da scordarsi. Alto e smilzo, gira con un basco scuro in testa, il lungo Loden sdrucito avvolto in una grande bandiera della Francia Libera, un tricolore con al centro una Croce di Lorena rossa. In bocca un toscano spento. Col tempo queste apparizioni smettono di colpirmi. E comunque è un vecchio compagno con il cervello in pappa. Di fronte a lui un ragazzo sulla ventina che smanetta allo smartphone, tutto assorto nello schermo.
Stravaccato sui sedili davanti a me, invece, un signore sulla cinquantina, i tratti asiatici, la pelle spessa e consumata. Mi colpiscono le sue mani fuori misura, gonfie e usurate da un lavoro manuale, le unghie bianche come se fossero sul punto di scoppiare.
Apro felice il mio libro e mi immergo nella lettura.
Dopo poco però qualcosa desta la mia attenzione. Uno strano silenzio, forse.
Alzo lo sguardo e vedo il tipo davanti a me massaggiarsi il pacco con quei ditoni consumati. Mi guarda dritto negli occhi, la bocca leggermente socchiusa di lussuria. Sento che avvampo in volto e riabbasso subito lo sguardo. Siamo sicuri che stia guardando proprio me? Sforzo un’occhiata casuale. Sì, fissa decisamente me. Nessun altro sul vagone sembra accorgersi di nulla. Figuriamoci. Per il momento decido quindi di lasciar correre.
Poi penso. Con la mia indulgenza sto in qualche modo condiscendendo a un gesto che potrebbe essere pericoloso per altri? Continuo a leggere, ma sento una leggera ansia sul petto e un senso di inadeguatezza, devo rileggere le frasi due o tre volte. Come faccio a non guardare? E se si tira fuori l’arnese? Dovrei ben saperlo. Comunque non mi sento ancora minacciato in alcun modo, quindi mi sembrerebbe anche strano scendere. Oltretutto sono in ritardo.
La mia mente si lancia in ragionamenti astrusi. Mi sforzo di ricordare episodi simili capitati a donne che conosco. Come si erano comportate? Se fossi una di quelle donne cazzute, come reagirei? La Murgia, cosa farebbe la Murgia? Poi mi ricordo che sono un uomo e mi ripeto che non mi può accadere nulla, anzi. La scena è in qualche modo comica, oltre che grottesca. Infondo mi viene anche un po’ da ridere. Guardo di nuovo l’esibizionista che si massaggia il pacco - tutto sotto controllo - e poi lancio uno sguardo a De Gaulle, in fondo al vagone, assorto nei suoi pensieri. Sono le nove di mattino e sta già cogitando su come organizzare lo sbarco in Provenza, figuriamoci se ha tempo di pensare al tizio che si trastulla i gioielli di famiglia sulla U2.
Il fatto poi è che - finchè non caccia la mercanzia in bella mostra - mi rendo conto di sentirmi in una certa misura lusingato, nel mio infinito privilegio maschile. Me ne vergogno immediatamente. Non che sia una beltà, tutt’altro, ma il fatto di accendere la fantasia di questo scriteriato infondo è una cosa poi tanto brutta? (NEL MIO PRIVILEGIO INFINITO ECCETERA)
Inoltre si fa strada in me anche una certa solidarietà. Coi matti della città è spesso così. Essendo per la maggior parte innocui, è difficile non immedimarsi nel loro disagio. Chi sono io per biasimarli? È stato un inverno particolarmente lungo. Gli rilancio un’occhiata. Và come se la gode.
Niente. La lettura se n’è andata.
Viene annunciata la mia fermata, chiudo il libro e mi alzo. Decido che non posso lasciare cadere la faccenda, quantomeno per dovere civico, ma non voglio nemmeno umiliarlo. Mi avvicino e gli dico, a un volume al quale solo lui può sentirmi: “Fallo solo davanti a uomini, ok?” E già sento che ho detto una minchiata. Lui mi guarda stupito e fa cadere un “OK” imbarazzato. Rimango comunque di fronte a lui. Allora aggiungo: “…adulti.” E lui prontamente mi rassicura: “Certo, certo.” come se andasse da sè. “Allora buona giornata,” gli faccio e un attimo dopo mi pento di avere accompagnato il saluto con un sorriso gentile. “A Lei,” mi fa.
Si è toccacciato guardandomi per quasi mezz’ora abbondante e ancora mi dà del Lei. Non dico un caffè, ma almeno darci del tu.
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