Ad occhi aperti (Ultimo quadro)
Nonna una volta ti definì “L’unico livornese senza senso dell’umorismo”. Effettivamente fatico a trovare nella memoria un momento in cui tu mi abbia fatto genuinamente ridere. Avevi sicuramente altri pregi - l’onestà, innanzitutto.
Poi l’ho trovato.
Venivi operato la prima volta, dev’essere stato nel 2010 o giù di lì. Tumore al pancreas, ospedale San Giuseppe (dove è poi nato tuo nipote). Si trattava di un’operazione delicatissima, con una buona percentuale di rischio che ne uscissi malconcio o che non ne uscissi affatto. Ci salutammo, a turno. Mi facesti quel discorso sulla barba - che l’unica cosa che conta nella vita è potersi guardare ogni mattina allo specchio, radendosi, ed essere a posto con la propria coscienza. Ci penso spesso.
Poi l’operazione, anestesia totale. Ore di angoscia. Infine la lieta notizia: intervento riuscito, stavi bene, eri fuori pericolo. “Potete salutarlo, ma è ancora sotto anestesia.” Eri ancora sotto l’effetto della morfina e ti mostrasti sotto un nuovissimo aspetto. Improvvisamente l’ingegnere altero era scomparso, sghignazzavi con l’occhio malizioso. Già vederti così era di per sé una sorpresa grande.
Mamma venne a coccolarti un po’, sollevata di trovarti vivo e vegeto. Poi entrarono due infermiere, noi ci facemmo da parte, dovevano sistemarti il catetere. Nonna, con veracità toscana, esclamò: “E quando ti ricapitano due signorine che ti toccano là sotto.” Ridesti furbo e commentasti, con un tempo comico impareggiabile: “Dì loro che perdono tempo!”
Quanto ridemmo, nonno. Dicesti per la prima volta una cosa vera, dal cuore, buffa, sincera. Uscì tutto il sommerso. Per un attimo ti spogliasti di tutto, di quel grigio conservatorismo, di quella compostezza e di quel generazionale contegno, ti liberasti di tutto ciò che hai sempre pensato bisognasse pensare di te.
Ci volle la morfina. La stessa che oggi ti ha accompagnato chissà dove.
Stasera farò questa cosa difficilissima. Porterò con me soltanto questa immagine, mettendo da parte tutto il resto. Ci sarà tempo per ricordare i momenti belli e quelli difficili. Stanotte mi terrò stretto questo solo ricordo, di quando mostrasti questo sparuto lato di te. Questa scintilla dell’uomo che non hai potuto essere, o hai scelto di non essere, ma che da qualche parte, evidentemente, c’era.
Spero soltanto che negli ultimi giorni gli oppioidi ti abbiano regalato lo stesso effetto di allora. Che alcuni pensieri, alcuni sogni, siano stati liberi e leggeri. Che tu te ne sia andato come l’Adriano della Yourcenar: entrando nella morte ad occhi aperti.
Fai buon viaggio.
Oliver ti cercherà in una stellina. Io lo aiuterò a trovarti.
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