Il pane e le rose
Nel 1912 le operaie tessili di Lawrence, Massachusetts, indissero uno sciopero che sarebbe durato due mesi, da gennaio a marzo. Reclamavano a gran voce salari più giusti, ma anche una migliore qualità della vita. Lo sciopero sarebbe passato alla storia come il “Bread and Roses strike”, riprendendo un passaggio della poesia di James Oppenheim e trasformandosi nei decenni a seguire in un canto di lotta: "Hearts starve as well as bodies; give us bread, but give us roses!”
Non soltanto lo sciopero ottenne i risultati contestati (15% di aumento e paga doppia per gli straordinari), ma rimase nell’immaginario collettivo internazionale del secolo breve.
Lo slogan verrà ripreso spesso dai movimenti italiani per indicare che non basta sopravvivere o avere diritti economici, ma serve anche la bellezza e il piacere - "Vogliamo tutto: il pane e le rose!”
Sarebbe stata Lotta Continua (ahinoi) a promuovere una lotta più felice - a dispetto dell’abbottonato PCI - che si concentrasse su un miglioramento della vita quotidiana, più che sul Sol dell’Avvenire. E poi l’indimenticata ala creativa dei fricchettoni chiamati Indiani Metropolitani ("Geronimo, Cochis, Nuvola Rossa / giovani proletari alla riscossa / 10-100-1000 Little Big Horn”), che portò una ventata di spensieratezza tra i ranghi della Sinistra, allo scadere degli Anni di Piombo.
Ad ogni buon conto, l’immaginario a prevalere della Sinistra Italiana, fu quello serioso e blasonato del Partito Comunista, che disdegnava la smorfia e preferiva di gran lunga il modello emotivo sovietico. Insomma: la rivoluzione è una cosa seria e non si scherza (vero, Benigni?). Un modello che, ben dopo il crollo della Cortina di Ferro, è rimasto appiccicato addosso alla Sinistra con inesauribile tenacia. Quei pochi che si sono sforzati di portare un poco di gioia nella lotta, sono stati spietatamente tacciati di frivolezza - o peggio.
Bene, possiamo oggi dire con una certa sicurezza che non ha funzionato. O meglio: non sta funzionando.
Pure i tedeschi sembrano divertirsi più di noi (che è tutto dire). Oggi ho partecipato con mio figlio alla mia prima Fahrraddemo (manifestazione in bici). Cinquemila persone di ogni età hanno preso parte al lungo corteo di tredici chilometri, tagliando Berlino su due ruote, da est a ovest, per raggiungere il quartiere di Grünewald. Perchè proprio qui? Perchè si tratta del distretto con gli abitanti dal reddito più alto, ma soprattutto con la maggiore incidenza di conservatori della città.
“MyGruni” si definisce una “manifestazione satirica”, presentata come una "demolizione controllata" contro le disuguaglianze sociali. All’arrivo in Johannaplatz - uno sputo di parchetto nel cuore dell’aristocratica Grünewald - ci hanno attesi cinque palchi coloratissimi, con tipi di musica diversa, con interventi che alternavano l’impegno della lotta a momenti di satira. Una festa vera, capace di coinvolgere diverse generazioni e di unirle sotto il tetto di quella che, non a caso, si chiama “Festa del Lavoro”. Una giornata di gioia e di riflessione, capace di comunicare con efficacia ed equilibrio i grandi temi del presente, di affrontare le sfide immani che attendono il mondo del lavoro, ma anche di coinvolgere, di intrattenere, di costruire un senso radicato di comunitá.
Non per infierire, ma soltanto settimana scorsa, in occasione del 25 aprile, siamo stati alla “festa” organizzata dall’ANPI berlinese. Mangiato benissimo, per caritá. Ma manco due casse con la musica. Altro che festa, dopo due ore mio figlio mi tirava le testate. E giustamente.
La soluzione non è riempire il centro storico di Genova con ventimila persone per trasformarlo in una discoteca a cielo aperto. Ma trovare una misura credibile tra il passato e il presente di quello che fu il più rilevante movimento di sinistra dell’Occidente. Ci dovrá pur essere un modo di pensare globale e agire locale senza da un lato prendersi troppo sul serio né, dall’altro, buttare tutto in vacca.
Il pane e le rose. Non dovrebbe essere difficile per un popolo come quello italiano, tradizionalmente capace di coniugare dovere e piacere. Infondo ne abbiamo fatto un’arte. E se ce la fanno i tedeschi…
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