Amore in cambio di amore

Jens Harzer è l’attuale detentore dell’Iffland Ring: la più alta onorificenza (permanente) per un attore di teatro di lingua tedesca. Viene custodito a vita dall'attore ritenuto più meritevole, il quale indica segretamente nel testamento il collega cui tramandarlo dopo la propria morte. Per intenderci: a Harzer è stato consegnato da Bruno Ganz, che lo ha detenuto dal 1996 al 2014. 

Non è dunque un caso che il regista olandese Johan Simons abbia scelto proprio lui per il ruolo di Antigone nell’attuale produzione della Berliner Ensamble. Una scelta coraggiosa, ma che ha radici lontane, o meglio: quelle originali. Simons affida a tre soli attori tutti i ruoli della tragedia, come avveniva nell’antica Grecia e - in continuità storica - sovverte la redistribuzione delle parti in base al genere. Inizialmente si potrebbe avere un sussulto, nel duemilaventisei, nel vedere la parte dell’eroina classica per eccellenza affidata a un uomo, ma a ben vedere è proprio nello scardinamento delle convenzioni di genere che quest’opera si mostra davvero libera di vivere il presente, pur rimanendo fortemente ancorata nel passato.

Harzer offre un’interpretazione magistrale, conservando un bagaglio femminile che non strilla, ma si cuce addosso con estrema grazia. Come soltanto i grandi attori sanno fare, dove ci si aspetterebbe forza, lui offre fragilità e dove gli altri vedrebbero tenerezza, Harzer vomita rabbia.
La messa in scena favorisce in tutto e per tutto la sua fisicità, della quale dispone in piena libertà, accompagnato da un impianto scenografico fedele all’imprinting brechtiano, minimale e funzionale. Non è certo una regia spettacolare nella sua esecuzione, ma concettuale nell’interpretazione. L’attualità dei temi si mostra, ma non nella parola, che viene rispettata con sacralità - è nelle piccole scelte autoriali di Herzer stesso che si mostra l’unicità dell’esibizione. In quel È mio il Regno di Tebe sussurrato e allontanato da sè con un delicato gesto della mano; in piccole accortezze di mestiere che rivelano il profondo senso di umanità dell’eroina di Sofocle.

Ancora una volta, il grande teatro si rivela non per scelte eccentriche e magniloquenti, ma per quelle che denotano uno sconfinato amore per il testo e sensibilità per i drammi intimi dei personaggi.
Giustizia e generosità, in un tempo che manca di entrambi, non possono che trovare casa in un teatro come quello tedesco, in cui la passione non è ostentata con eroi chiassosi, ma con i gesti contenuti di chi offre amore in cambio di amore. E niente più.

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