Butcher’s Crossing
“Butcher’s Crossing” è uno di quei libri che godono del raro vantaggio di racchiudere verità universali in soggetti tutt’altro che vergini. Quello della lotta tra uomo e natura è uno dei temi cardine della narrativa internazionale e ha trovato i suoi cantori nei primissimi pittori rupestri. Perfino nel contesto della frontiera americana non sono mancate le storie - alcune ben più eccellenti di quella di Williams - che raccontassero la ferocia dell’uomo alla conquista di quei territori che poco ne sentivano la mancanza.
Ma è nello sguardo di un personaggio, nella sua lotta interiore, nelle sue tribolazioni morali, che un grande autore riesce a trovare un punto di vista nuovo e a darci l’illusione di varcare soglie inedite.
Ho letto “Butcher’s Crossing” alcuni anni fa, in un periodo molto difficile, e l’ho amato. A lungo mi sono domandato quando qualcuno si sarebbe deciso a realizzarne una versione cinematografica. Mai tanta speranza è stata peggio riposta.
Perché se c’è un solo, un singolo attore nel grande pantheon di Hollywood, che possiede un occhio bovino abbastanza da essere geneticamente impossibilitato a trasmettere la complessità di un’emozione, allora quello è Nicolas Cage. E coinvolgerlo in un progetto simile, in cui lo sguardo interiore rappresenta la chiave di volta a un punto di vista originale, è una decisione offensiva verso l’opera cui intende ispirarsi.
Nella grande operazione corale che è l’apparato cinematografico, la scelleratezza di optare per un attore vacuo come Nicolas Cage e affidargli una perla di ruolo come quello di Miller, merita un tribunale tutto speciale. Non soltanto vorrei non avere visto tanta mediocrità, ma desidererei non averla mai attesa tanto.
Ci sono romanzi che non dovrebbero mai diventare dei film. E poi ci sono persone che non dovrebbero mai fare gli attori. O nascere nipoti di Francis Ford Coppola.
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