Audizione
Sospensione dell’incredulità. Se non scatta, significa che l’impianto narrativo non regge. Non la storia, altrimenti come potremmo calarci nelle avventure ambientate su pianeti lontani? ma proprio la struttura della narrazione. Quella che ci porta a prendere per buona una storia che non ci riguarda da vicino e con la quale, diversamente, non potremmo immedesimarci. È un patto tacito tra autore e lettore, tra regista e spettatore, tra chiunque scriva finzione e chiunque ne fruisca.
Ci sono libri ben scritti che tuttavia non riescono davvero a superare la barriera della nostra incredulità, a entrarci sotto la pelle. È curioso, perché si tenderebbe a pensare che chi sappia “scrivere bene”, chi possegga cioè una buona padronanza linguistica, sia in grado di sfruttarla proprio al fine di trasportarci in universi lontani. Ma non è sempre così.
È quello che mi è accaduto negli scorsi giorni leggendo Audizione di Katie Kitamura (per l’Italia edito da Bollati Boringhieri, 2025), un’autrice che peraltro insegna Scrittura Creativa alla New York University.
Il romanzo aveva tutte le carte in regola per impostare un racconto di tutto rispetto. Nei primi capitoli il set-up era davvero ben costruito, le basi dell’intreccio erano solide - tutto apparecchiato insomma per un impianto da ottimo romanzo. E non me la sono presa per il rovesciamento della narrazione a metà del libro, sarà mica una novità. Però ecco, diciamo che la Kitamura ha voluto strafare e si è affezionata all’idea che aveva lei del suo libro, rispetto a quella che avrebbero naturalmente perseguito i suoi stessi personaggi.
Mi spiego: la Kitamura prende questa attrice di New York, nel mezzo di un matrimonio solido e di una svolta teatrale importante, e le scaraventa contro Xavier, un venticinquenne che dal nulla sostiene di essere il figlio dato in adozione anni prima. Un equivoco nato da una vecchia intervista, dato che lei non ha mai partorito. Ma a metà libro l'autrice decide di resettare tutto con un salto mortale: senza spiegazioni, la storia ricomincia e Xavier è davvero il figlio che lei ha cresciuto.
Va benissimo non dare risposte, il finale aperto è legittimo. Il problema è che questa struttura a specchio si rivela un vicolo cieco. La prima parte costruisce una tensione palpabile attorno all'ossessione per il figlio mai avuto, mentre la seconda cambia le carte in tavola per esplorare il peso del figlio reale. Eppure queste due metà non dialogano davvero, si annullano a vicenda. La Kitamura si è affezionata a un meccanismo talmente perfetto sulla carta da dimenticarsi di dargli un'anima. Alla fine resti lì con la sensazione di aver assistito a una masterclass di plot design molto sofisticata, dove però i personaggi sono rimasti intrappolati nell'ambizione della loro stessa creatrice.
Dicevamo: sospensione dell’incredulità. Trattandosi come detto di un patto, è fondamentale non abusare della pazienza del lettore. Ma soprattutto è indispensabile che l’autore si dilegui il prima possibile. Se a ogni paragrafo invece continua a fare capolino tra le righe, al lettore non viene mai data la possibilità di lasciarsi assorbire dalla narrazione.
La Kitamura sa scrivere e sa scrivere bene, ma ha tanta, tanta, tanta voglia di ricordarcelo in continuazione. Ed è un grandissimo peccato.
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