Capitolo 2.3
Procedendo come indicato, a spirale, gli agenti Emre Yilmaz e Maya Darwish, cominciano a battere porta per porta le botteghe di quartiere. Ci sono una mezza dozzina di Späti turchi, due bar italiani, tre barbieri siriani, un fruttivendolo vietnamita, un’enoteca georgiana e un supermercato. Per il resto bisognerà aspettare ancora qualche ora le aperture diurne.
Uno dopo l’altro, entrano nei negozi e sfoderano il loro sorriso più affabile da seconde generazioni: fino all’ottenimento di un ordine di sequestro, i proprietari non sono tenuti nemmeno a dare loro il buongiorno (merce già di per sé rara), figurarsi a cedere i file delle telecamere. E quindi günaydın, as-salamu alaykum, chào buổi sáng, dila mshvidobisa, le mani sempre al posto giusto, sulla fronte, sul cuore, giunte, per favore, se potesse, quando ha un momento, sarebbe gentilissimo, grazie mille e compagnia cantante.
Yilmaz e Darwish tranquillizzano i proprietari, fanno la loro richiesta e passano al negozio successivo – “Ripassiamo a breve”, dicono, in attesa che i commercianti scarichino i file. E mentre Yilmaz si attacca al telefono con la stradale per ottenere i nastri dalle telecamere urbane, Maya depenna una dopo l’altra le attività da una lista che compila su Google Maps.
Quanti ne abbiamo?
Abbastanza, abbiamo concluso un primo cerchio. A meno che Krüger non lo abbiano calato da un elicottero, qualcosa dovremmo trovare.
Qual era il primo?
Lo Späti su Paul-Robeson.
I due ritornano sui loro passi. La città ora è ben sveglia e gli agenti devono fare lo slalom tra i bambini che si lanciano sul ghiaccio mentre vengono accompagnati a scuola e all’asilo - i genitori alle spalle arrancano mettendo un piede di fronte all’altro per mantenere l’equilibrio. Perché sebbene a Berlino quel tempo lo faccia per cinque mesi buoni ogni anno, la città sembra scoprire le temperature rigide ogni inverno per la prima volta, trasformandosi nella più grande pista di pattinaggio a cielo aperto del pianeta. Gli agenti lo sanno bene: soltanto nel fine settimana precedente, nell’arco di quarantotto ore, si erano registrati 565 incidenti. Manco il Covid.
Agli sbirri vengono dati in dotazione dei piccoli ramponi, che tuttavia non basterebbero - per dire - a rincorrere nessuno, in caso di necessità. Ma infondo, a chi verrebbe mai in mente di scappare? Anche il braccio armato della legge, quando nevica a Berlino, ha dei tempi tutti suoi. E così anche il crimine. In questo frustrante scenario, gli Späti rappresentano un rifugio per i cittadini esasperati dal meteo. Sono il cuore pulsante dei quartieri della capitale. Come dice il nome stesso, rimangono aperti fino a “spät”, a tardi: birra e liquori, dolci e gelati, alcuni offrono un punto di ritiro postale, altri addirittura vendono frutta e verdura, giornali e riviste, tabacco in ogni caso, tutte hanno una macchinetta del caffé che è puntualmente irricevibile. Ma lo stomaco dei piedipiatti è abituato a tutto - fa parte del mestiere.
Il Clerk’s è uno di quegli Späti che hanno ampliato la loro gamma di servizi. Se a Murat glielo chiedi, ti fa anche un massaggio ai piedi. In zona è uno di quelli che tiene botta da più tempo. E non è meno importante della prefettura.
Murat rieccoci, dicono accompagnandosi a una melodia metallica che suona due volte sopra le loro teste, Hai qualcosa per noi?
Ma Murat è completamente assorto dalla luce di uno schermo che gli illumina gli occhiali consunti di grasso. Maya prova ad annunciarsi con un cortese colpo di tosse. L’uomo volta la testa, ma rimane incollato con gli occhi al computer. Con una mano invita i due ad avvicinarsi.
Sono ventidue anni.
Ventidue anni cosa?
Ventidue anni che ho questo negozio.
Congratulazioni.
Ventidue anni in cui uno pensa di aver visto tutto. (sembra pensarci) Tutto ho visto.
Murat?
Sì.
Hai trovato qualcosa sui nastri?
(Maya si avvicina a lui, mentre il cellulare di Emre squilla e lo obbliga ad allontanarsi)
Oh sì. Qualcosa.
Che cosa?
Un film!
Un film?
Un film di John Wayne. (e schiaccia un tasto che avvia la riproduzione di un video)
Maya strizza gli occhi per distinguere le figure tra gli spessi pixel e i fiocchi di neve grossi come meloni. Poi, man mano che l’orario mostrato in alto a destra sullo schermo si riavvolge, improvvisamente distingue qualcosa muoversi a margine dell'inquadratura. “Di nuovo,” ordina al turco, che riavvolge di nuovo qualche secondo.
John Wayne! esclama Murat con un grosso sorriso. Questa ci mancava!
Emre?
Sono al telefono.
Vieni, ora.
L’agente borbotta un “la richiamo” e raggiunge la collega dietro al bancone. Anche lui avvicina il naso a un palmo dal vecchio Windows e in un attimo ammutolisce.
Cristo.
Chiama il commissario. Questa non gli piacerà.
(continua)
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