Cibo per hobby

C’è qualcosa di osceno nella fissazione dei berlinesi per il cibo. E lo dice un italiano? si potrebbe obiettare. È vero, gli italiani sono dei feticisti del cibo (purtroppo mi devo chiamare fuori dalla categoria), non parlano d’altro, in casa, tra amici, in ufficio, in spiaggia come sulle piste, ma lo si fa - per quanto mi sia odioso e mi sanguinino le orecchie ogni volta che emerga il discorso - con la leggerezza con qui si parla del tempo, un vezzo culturale, un intercalare quasi. Il cibo in Italia è identitario quanto lo sono il sole e il mare, quanto lo è il lamentarsi del governo e delle tasse. Poi certo, si mangia e si mangia volentieri, ma l’esagerazione sottolinea la sua reale irrilevanza.
A Berlino invece si parla di “posti”, di bar, di ristoranti, di locali che si collezionano nella lista di Google Maps che si conserva con gelosia viscerale e si condivide con orgoglio soltanto tra gli amici stretti. È l’esplorazione del cibo, è l’hobby del cibo, un passatempo come un altro. Il cibo a Berlino è ovunque e si consuma, a differenza dell’Italia, a ogni ora, senza tabù. C’è, esiste, appartiene al paesaggio. Fare del cibo un tratto distintivo del proprio carattere è come l’orgoglio per la propria razza: non potendo essere orgogliosi di qualcosa che si è fatto, costruito, creato, si è orgogliosi di una propria funzione vitale e involontaria. Mangiare. Sperperandone ogni sacralità, ogni rispetto, senza il senso del pudore.

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