Flesh
Non sono mai stato un sostenitore tout court del less is more, specialmente da quando negli ultimi anni è diventata una religione, prima che un buon consiglio. L’essenzialità si presta certamente a determinati ambiti e con una misura che sia sensibile al contesto. Avendo familiarità con la drammaturgia teatrale, ad esempio, dove la scarsità di dettagli è un requisito intrinseco del formato, ho sempre disdegnato la sobrietà in ambito romanzesco, dove invece apprezzo l’autore che sappia prendersi il giusto tempo per esprimere un concetto, per descrivere un personaggio, un paesaggio o per introdurre a una relazione (a costo anche di diventare prolisso). Forse un gusto vagamente Ottocentesco, mi rendo conto, ma tant’è: se per descrivere un singolo gesto sono necessarie venti pagine - e se chi scrive sa scrivere - allora che si prenda pure venti pagine. O cento. È peraltro un buon antidoto al tempo anfetaminico che abitiamo.
Mi sono tuttavia dovuto concedere un’eccezione per quanto concerne Flesh di David Szalay (Nella carne, per l’Italia), che non necessita certo del mio endorsement, ma che ha potuto godere a tutti gli effetti del mio stupore di lettore. Un romanzo trainato parimenti da stile e trama, dove l’estrema essenzialità linguistica è ben giustificata dal dare spazio a un intreccio serrato che non lascia prendere fiato tra una pagina e l’altra. Un equilibrio che attraversa con coerenza incrollabile ogni frase del Booker Prize 2025 e che sembra dosato col contagocce, tanto è preciso. Come nel caso dei polmoni o dei reni, Szalay bilancia stile e trama come un organo doppio, in cui se uno dei due è in difficoltà, l'altro compensa e lavora di più per mantenere in vita l'organismo. Altro che less is more, come ho sentito chiosare in merito a quest’opera da diversa critica: l’impianto è complesso e pesante, soltanto che - come in un rovescio di Federer - la fatica non si percepisce. È questa la grandezza e la grazia dei grandi libri.
Rimane uno stile che personalmente non mi fa impazzire, ma allo stesso modo di una grande opera di arte contemporanea, pur non capendola è impossibile rimanervi indifferenti. Si tratta di un romanzo di formazione che alterna un dolore incolmabile a un abisso di niente, come è il cuore arido di chi è incapace di amare. E forse non c’era periodo meno indicato nella mia esistenza per leggerlo. Ad ogni modo: giù il cappello per un grande autore e una grande opera. Mai titolo fu peraltro più azzeccato. È la carne il tema portante del romanzo - a tratti sanguigna, a tratti assiderata. Ma pur sempre carne, come quella che Soutine lasciava marcire nel suo appartamento di Montmartre, in attesa che assumesse la giusta sfumatura di decomposizione. Szalay fa esattamente quella cosa lì. Senza tuttavia il rischio che i vicini lo sfrattino per il tanfo.
parole: 468