Come te

Doveva succedere. Siamo entrati nella fase del “voglio diventare come te”.
Figlio mio, no. Non diventare come me. E non perché io sia chissà quale disastro. Ma perché è normale che io ti auguri di meglio. Che tu diventi più bello, più simpatico, più forte, più intelligente, più curioso. Più e più e più. E poi meno e meno e meno. Meno intransigente, meno ansioso, meno irascibile, meno insicuro.
Rientra nell’ordine delle cose. L’evoluzione della nostra specie - a differenza di tutte le altre speci - si regge proprio su questo: sul miglioramento, sul progresso. Spero che amerai meglio e con più cura, che studierai con più convinzione, che saprai scegliere con più precisione ciò che ti appassiona. Spero che tu possa farti voler bene per come sei. Spero che tu sia più libero di quanto sono stato io.
Di mio, spero che tu prenda poche cose e, anche quelle, spero tu possa farle meglio.
Non te lo dico - è chiaro, sei così piccolo. Ma non voglio diventare il tuo eroe. Non ne ho le qualità. Volente o nolente ora sono il tuo modello, ma vorrei che tu presto ti senta libero di sceglierli da solo, i tuoi modelli. Persone che ti sono simili non per genetica, ma per affinità con la persona che sarai. Riferimenti che ti attrarranno per genuina ammirazione, non per abitudine.
Che tu possa eludere le trappole della mediocrità. Ecco, questo. Che il mondo popolato da tanta mediocrità. Io posso darti qualche strumento. La cultura, primo fra tutti. Qualche ideale al quale aggrapparti nei momenti di burrasca. Poco altro.

Ieri me l’hai detto con gli occhi scintillanti, mannaggia, e in qualche modo temo che la mia reazione ti abbia deluso. Mi hai preso in contropiede. È che il tuo mondo ora è racchiuso a una manciata di persone. Là fuori ci sono cose meravigliose da scoprire. Storie pazzesche da ascoltare.
Non voler diventare come me, ragazzaccio. Puoi fare di meglio. Ad esempio, puoi diventare te stesso. La maggior parte delle persone non ci riesce in una vita intera. Sarebbe già bellissimo. Oppure diventa tutti, come acqua nel fiume.
È una lenta manutenzione, ma ti posso aiutare, almeno per un po’. A oliare gli ingranaggi della curiosità e dello sguardo. E poi certo, sarò un po’ geloso, ma anche questo rientra nell’ordine naturale delle cose.
Guardami, figlio mio. Ma guardami bene. Io sono il primo gradino. Scavalcami presto e poi, dalle mie spalle, affacciati al mondo.

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La tragedia di Parmacotto