La tragedia di Parmacotto
Devono avere pensato: “Era tanto volgare trent’anni fa, perché non replicare?” Soltanto che se già era tragica negli anni ’90, nel 2026 è oscenamente fuori dal tempo. Almeno trent’anni fa De Sica interpretava un giovane maiale, ora il maiale di anni ne ha settantacinque e mette i brividi. La pubblicità del Parmacotto nella sua versione vintage appartiene alle cineteche della cultura berlusconiana più retriva, con le gaggine da Bagaglino in qualche triste modo davvero rispecchiava la cultura testosteronica di quel periodo storico. Il remake contemporaneo sembra confermarci - ce ne fosse bisogno - che il gusto dell’orrido Made In Fininvest ha l’onda molto lunga e che la cultura machista da marpione latino ancora fa sganasciare dalle risate il popoletto. E vende. Inesorabilmente vende.
Obiettivi della comunicazione
Appunto: vendere. Uno dei prodotti di bandiera più pregiati evidentemente deve ricorrere ancora al re del cinepanettone per smerciare prosciutto. Tradizione: nessuna. Sostenibilità: assente. Filiera: niente. Italianità: tutta. Roba da vergognarsi soltanto a guardarla, figurarsi a produrla. Ciò che fa più rabbia è lo spreco di potenziale. Un’eccellenza italiana tutta da raccontare, da esplorare, centinaia di prospettive percorribili. Ma il lumacone da Riviera Romagnola ha sempre quel fascino irresistibile, specialmente se incartapecorito e con tanto di occhio pigro. Una delizia da leccarsi i baffi, altro che prosciutto!
Coerenza strategica con il brand
Si tratta di un remake, quindi il brand ci deve credere enormemente in questo testimonial. Se una strategia in questi trent’anni c’è stata, possiamo ben dire che è appena stata buttata fuori dalla finestra. Basta farsi un giro sui social di Parmacotto per rendersi conto che una direzione manca in toto (infatti i numeri non premiano il marchio), e nemmeno il sito aiuta a fornire una pista percorribile a livello strategico. Parmacotto si presenta come un contenitore all’interno del quale si trova di tutto, senza soluzione di continuità. E come al solito: a raccontare tutto, non si racconta niente. De Sica è soltanto la punta dell’iceberg. Una punta spuntata, per giunta.
Rilevanza della promessa
“Quando provi Parmacotto, vai matto per Parmacotto.” è la tagline scelta per la campagna.
Donne e prosciutto, quindi, ci spiega De Sica. Carne, in pratica - e senza neanche essere sottili. La promessa è quella dell'immutabilità: gli italiani erano quella roba lì ieri e sono questa roba qui ancora oggi. Come Parmacotto. Amanti della carne.
Quello che dovrebbe essere un inno al gusto, paradossalmente si trasforma in cattivo gusto. Pessimo gusto. Una roba indigesta che certo non mette appetito, ma soltanto la voglia di tenersi alla larga da qualsiasi gastronomia italiana. Stupefacente che al ministero non abbiano pensato di utilizzarla come campagna per il turismo della stagione estiva - all’estero ne andrebbero ghiotti di una tale scorpacciata di cliché e mediocrità.
Coerenza del tono di voce vs target
100% in target. Il tono di voce è da buzzurri e lo spot non può che sperare di rivolgersi a loro. Parmacotto: missione compiuta! Il popolo di Mediaset attendeva questo ritorno da decenni e voi non li avete delusi! Abbasso i moralisti, abbasso i bacchettoni, abbasso il progresso, abbasso la gender equality e il politicamente corretto! Parmacotto vive nello Zeitgeist con fierezza e realizza lo spot che Trump amerebbe.
Per questo diamo dieci e lode a uno spot che vive appieno nel suo tragico tempo, un tempo che riporta le lancette dello sviluppo indietro di decenni, prima delle conquiste dei diritti di genere, prima che la civiltà occidentale si fosse illusa di avere compiuto il giro di boa e di poter fare ormai a meno di simili artifizi per vendere del prosciutto.
Qualità della realizzazione
Già nel 2014 Saratoga aveva avuto la brillante idea di realizzare un remake del tragico spot “Brava Giovanna”. Parmacotto è in ottima compagnia. Ma perfino Saratoga aveva pensato di “ammodernare” il setting, rimuovendo almeno il costume da domestica e le allusioni pornografiche, sostituendole con una versione ammiccante sì, ma almeno più sottilmente digeribile. E comunque è Saratoga, non esattamente il core delle esportazioni italiane.
La cosa incredibile invece di Parmacotto, per quanto riguarda la realizzazione, è che rifà tutto esattamente come trent’anni fa, fingendo che De Sica non sia diventato nonno. Stessa ambientazione, stesse smorfiette, stessi ammiccamenti, stesso lessico, stesse allusioni. Ma a farle è un anziano a una giovane turista. Una roba da voltastomaco che davvero non ho idea di come sia potuto venire in mente al board di approvarla. Fosse Mastroianni, un po’ di charme, due parole civettuole ma eleganti - passi. Ma qui abbiamo superato definitivamente ogni limite del buon gusto.
Che dire, una risata ci seppellirà. Ma non nell’accezione bakuniniana. Tutt’altro. L’ultima risata, letteralmente, ci seppellirà.
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