Fury

In Fury (2014) non torna niente. Ci sono alcune buone interpretazioni, ma appiccicate su personaggi scritti male. L’espediente narrativo avrebbe potuto essere interessante, un huis clos a metà, ma l’intreccio fa acqua da tutte le parti. Personaggi che non hanno evoluzione o evoluzioni incomprensibili, una struttura narrativa monca che gira su se stessa, effetti speciali da Star Wars (quello del ‘77). È mai possibile investire ottanta milioni in un film che vanta un cast di tutto rispetto (Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman, Michael Peña, Jon Bernthal, Jason Isaacs) per appiopparci una boiata simile? Con la cultura cinematografica di genere che gli Stati Uniti possono vantare, per giunta. Il regista è quello di Training Day, per dio!

Niente, l’equipaggio di un tank (siamo nella Seconda Guerra Mondiale) accoglie un nuovo membro. I veterani sono animali induriti dal conflitto, mentre il novellino è un’anima bella che non vuole ammazzare nessuno. Il nonnismo è istantaneo, inspiegabile e violentissimo. Il ragazzo nelle prime ore reagisce con sdegno, poi - parrebbe nell’arco di una giornata - diventa Rambo. Di base non succede granché fin quando il tank non si ritrova fuori uso, sulla strada di un battaglione di SS. E lì si scatena il pandemonio. Proprio spari, granate, botte da orbi e violenza a gogò. Una violenza che non racconta nulla, che non mostra niente dei personaggi, che non fa emergere né durezza, né paura, né sensibilità - giusto violenza.

Che va bene che la guerra è brutta. Ma avevamo bisogno di Fury per saperlo? Senza conflitti interiori, senza intrecci, senza l’ombra di complessità? Lo dico perché io il film lo avevo già visto quando era uscito e me lo ricordavo esattamente così. Al tempo mi sembrava dissonante con la narrazione bellica degli Stati Uniti, così intrisa di retorica eppure pregna del loro migliore e classicissimo storytelling. Rivederlo oggi, invece, conferma con largo anticipo l’approccio più superficiale di questo governo verso la guerra in senso lato. Pete Hegseth non avrebbe difficoltà, scemo come lo vediamo alla Casa Bianca, a trovare spazio nel piccolo tank, di fianco a Shia LaBeouf. A sparare. Perché? Perché sì.

“Best job ever,” continuano a ripetere i protagonisti. Con una certa amarezza, ma proprio per mancanza di intreccio, vien anche da credergli. Perché le battute, se gettate nel mazzo, quelle rimangono. In attesa del prossimo sparo. E se muore uno dei protagonisti, pazienza. Mica ci eravamo affezionati.

parole: 397

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