Tyrannosaur

È difficilissimo raccapezzarsi nella filmografia di Paddy Considine. Scorrere i titoli fa girare la testa, tra le più incredibili boiate del cinema britannico e ruoli ben più impegnati, l’unica costante rimane quasi sempre l’attrazione per la figura dell’antieroe. D’altronde si pensa a Considine innanzitutto come attore, spalla indefessa ma sempre robusta in film e serie dall’ampia forbice di calibro, dal blockbuster al cinema indipendente. Sa infatti fare un po’ tutto e verrebbe da pensare che semplicemente gli piace il suo lavoro, a prescindere dal ruolo - che comunque prende sempre con serietà - si trattasse di Hot Fuzz o di Peaky Blinders, di Submarine o di Macbeth.

Eppure c’è un’opera, tra tutte, che davvero non c’azzecca niente di mezzo a quella raffazzonata lista di titoli. Un film che sembra essergli piovuto dal cielo e che invece rappresenta il suo lavoro più intimo, perchè attinge al suo passato - e su quello Considine non ha intenzione di scherzare.

Tyrannosaur (2011) è, senza ombra di dubbio, tra i più bei film che mi sia mai capitato di vedere. Alfieri direbbe che qui “vi è tutto, di tutto assolutamente”. Sicuramente tutto il dolore possibile, tutta la disperazione, la violenza, lo smarrimento di due anime perse, che soltanto a un gesto di gentilezza - uno solo - si aggrappano, per non sprofondare nell’abisso.

In Tyrannosaur si esibiscono Peter Mullan e Olivia Colman (prima della sua irresistibile ascesa al gotha della recitazione mondiale) in interpretazioni che sfidano tutto ciò che diamo per assodato nella comune concezione di “ottima recitazione”. Ma non sono soltanto gli attori. In Tyrannosaur ogni ingranaggio della macchina cinematografica scatta con precisione, ogni fotogramma è essenziale, ogni battuta, ogni taglio, ogni suono provvede alla compiutezza narattariva. Gli attori si limitano (oltre ad attingere a ogni goccia di tecnica e di talento) a sfruttare gli strumenti che Considine mette loro a disposizione.

Trattamento ampliato dal suo cortometraggio di esordio alla regia (Dog Altogether, trionfante ai BAFTA e a Venezia nel 2007), Tyrannosaur rappresenta una delle opere più sottovalutate degli ultimi vent’anni, inspiegabilmente assente - ma non vuole essere un’assoluzione - dalle svariate liste delle pellicole migliori di NYT e compagnia bella.

È davvero la fortuna di chi vi si imbatte, perchè film così intimi, pensati e realizzati con tanto dolore, ce n’è uno su un milione. Quello che fa Olivia Colman, qui, dovrebbe a ogni titolo rientrare tra le migliori interpretazioni del secolo, venire studiato in ogni scuola di recitazione, ma soprattutto in ogni corso di regia. Perchè è evidente come il personaggio di Hannah, senza Considine, sarebbe rimasto un’ottima prova d’attrice appiccicata sulla trama.

Ci sono film che si muovono lungo tracciati insondabili, che sgorgano da cuori sciupati e si inabissano nelle tenebre dell’animo umano senza sforzarsi di piacere a nessuno. Ed è lì che accade: il miracolo. Con il rischio di sfuggire al sentire comune, così avvezzo per affinità al dolore, e al tempo stesso allergico a riconoscerlo e condividerlo nel buio di una sala. Tra queste rare perle di bellezza, in tempi recenti, soltanto il celebrato Hamnet ha raggiunto una simile profondità - seppure con riscontro tanto distante nel pubblico. È il mistero di questa strana arte, contesa tra artigianalità e botteghino.

Il tirannosauro, bestia ridicola e pericolosissima nella sua sproporzione, è l'icona estinta di un tempo conteso tra meraviglia e violenza indiscriminata. Sebbene non sia questa la lettura canonica del film, è difficile non ritrovarne l'ingombrante significato nella critica, oltre che nel tema portante.

L’Ishmael di Melville sosteneva che “È meglio dormire con un cannibale sobrio che con un cristiano ubriaco.” Risiede qui tutto il paradosso del sadico piacere che si può provare nel farsi prendere per mano da Paddy Considine e lasciarsi guidare nei meandri del dolore della sua infanzia. Che di cristiani ubriachi che fanno film ne abbiamo a iosa.

HANNAH: Ho pregato per te ieri sera.

JOSEPH: Sì, beh, non ha funzionato un cazzo.

HANNAH: Io penso di sì.

JOSEPH: Non credo che ti abbia sentito, tesoro. Dio non è il mio fottuto papà. Mio padre era un viscido, ma sapeva di esserlo. Dio pensa ancora di essere Dio. Nessuno gli ha ancora detto il contrario.

parole: 690

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