I frutti

Ha dell’incredibile, col senno di poi, quanto i miei rientri all’aeroporto di Berlino vengano incontrati con sincero sollievo. Soltanto fino a un anno fa le partenze da Linate mi mettevano un’ansia dell’accidente - con timore anticipatorio, la mia mente processava il paesaggio berlinese, che mi sarebbe scorso inerte davanti agli occhi attraverso i vetri della S-Bahn, e tutto ciò che riuscivo a provare era un senso asfissiante di alienazione e di ribrezzo. Un volo dopo l’altro, un arrivo dopo l’altro, una partenza dopo l’altra, Berlino è diventata casa. Per giunta con la consapevolezza che questa sensazione mi è stata preclusa invece in città come Roma come anche Torino - a Milano men che meno. Non mi sono mai sentito così poco solo come a Berlino - ed è una sorpresa che ha del paradossale. Ma come sappiamo non è la città, ma il modo, l’atteggiamento con cui la si abita. Ed è in questi apparenti dettagli che si possono leggere i frutti di un grande lavoro che sta maturando, stagione dopo stagione. Quarantotto ore e Berlino mi è propriamente mancata. Berlino. Che fa rabbia pensare a quanto tempo io abbia sperperato negli anni con inutile tristezza, addossando le colpe ad un’accozzaglia disordinata di case e persone, anziché al mio senso di inadeguatezza e alle ragioni che l’hanno cagionato. Come si suol dire: non è mai troppo tardi. Ma che rabbia.

parole: 230

Avanti
Avanti

Serpenti