I miei stupidi intenti
È quantomeno un sollievo, mettere le mani su qualcosa di diverso. Soltanto per questo, l’opera prima di Zannoni merita di venire considerata. Il racconto è trainato dall’idea, un’intuizione potente che reinterpreta il romanzo di formazione - pur rimanendogli fedele nella struttura - e deglutendo una trama serrata ma, a tratti sbilenca. Perché si tratterà anche del mio gusto personale, ma parteggio per le narrazioni dalle scelte nette e Zannoni, invece, qua e là si perde. Va bene Esopo, va bene Orwell, va bene la fiaba, ma l’antropomorfismo dei suoi personaggi ha per Zannoni dei contorni ambigui che, per quanto mi riguarda, distraggono dal racconto.
In definitiva, all’autore serviva da un lato che le bestie rimanessero bestie, che fossero cioè mosse dai loro istinti, ma allo stesso tempo aveva anche la necessità che imparassero a leggere e a redigere le proprie memorie.
Zannoni sa scrivere, ma è come se a tratti se ne dimenticasse, schiavo della macchina che ormai aveva messo in moto.
Cosa succede se una faina scopre dio? E il tempo, la morte? Come i suoi istinti bestiali possono convivere con le grandi consapevolezze dell’essere umano?
Bello, chiaro. Poi però mi pare che Zannoni sia un po’ paraculo, umanizzando volpi e istrici su una scala nella quale la distanza tra un piolo e l’altro varia a seconda della sua personalissima discrezione.
Per quanto mi riguarda, o lo stesso romanzo lo mettiamo in piedi tra esseri umani (dickensianamente esplorando la miseria dei nostri istinti quando veniamo messi di fronte alle circostanze di vita più estreme), oppure rimaniamo nel regno animale. Ma allora davvero. Senza cinghiali che si cuociono l’uovo al tegamino e procioni che stirano camicie.
Come può una faina scoprire realmente, nelle circostanze date dalla natura, l’esistenza di un inizio e di una fine, di un creatore e di un aldilà? Quanto è più affascinante, penso, piuttosto che semplicemente umanizzare le bestie e far vivere loro - esseri ibridi - le tribolazioni dell’esistenza terrena?
Proviamo.
Archy avrebbe potuto scoprire l’esistenza di un prima e un dopo, attraverso le tracce olfattive. Una faina marca il territorio: cosa sarebbe successo se Archy fosse tornato su una vecchia marcatura e si fosse reso contro che il suo odore di un tempo è sbiadito, coperto dalla pioggia o sovrascritto da un rivale?
Senza un testo sacro, una faina non cerca un dio antropomorfo, ma un'origine, una forza che si nasconde dietro alle leggi spietate del bosco. L'idea di un Creatore o di una forza superiore si sarebbe potuta sviluppare attraverso gli eventi atmosferici estremi (l’incendio, come tra peraltro avviene nel romanzo). Per una faina, il divino è ciò che non si può mordere, non si può cacciare e non si può fuggire. Il Grande Architetto della Fame.
Certo, si tratta di un libro ben più complesso da scrivere e, forse, meno godibile da leggere; eppure certamente più affascinante nella sua coerenza, specialmente venendo generalmente presentato come un’opera filosofica.
Altrimenti si presterà a una bellissima trasposizione animata, diretta da Wes Anderson - che, voglio dire, buttala via Zannò - però il treno letterario, per quanto mi riguarda, ha perso la coincidenza. Pur rimanendo, come già detto in principio, un libro degno di nota.
La critica - come al solito in Italia - si è sperticata nel mettere l’accento sulla giovane età di Zannoni. Un vizio infame che altera irrimediabilmente la percezione di quello che si sta leggendo. Ma allora per un momento proviamo a giocare al loro gioco: I miei stupidi intenti, lo avesse scritto tra una decina d’anni, sarebbe stato un capolavoro. Lecito pensarlo?
Io purtroppo, ho sentito troppo spesso l’odore della furbizia e, forse, anche della fretta. Con soggetti di simile forza, è un attimo che l’idea prenda il sopravvento sull’ideatore. E allora qualcosa va perso. In questo caso: l’equilibrio, sempre precario, tra la storia e il suo autore.
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