Il muscolo cavo

A distanza di tre anni non ci sono trasferte semplici. Non è da solo chiaramente, ma al sicuro, con sua madre. Sono però quei mille chilometri di distanza, seppur per un paio di giorni, ad agire nel sottobosco dell’inconscio. Non sono un’aspirina, se stesse male non avrei il potere di farlo stare meglio. E anche se dovesse stare male davvero - per dire - in ospedale lascerei entrare sua madre. Quell’”esserci” è astratto e impalpabile. Mille chilometri infondo si coprono in qualche modo e in poco tempo. Si tratta di un’inquietudine molto più infida che ha a che fare col controllo. Il non poterci essere se-lo-voglio-io, piuttosto che l’eventualità che possa realmente necessitare della mia presenza. È un’idea che, lo so, col tempo si attenuerà, ma che arriva dritta dalle viscere e alle viscere colpisce.
Si manifesta con un sonno scarso e leggerissimo, con momenti di assenza durante la giornata, con una spossatezza immotivata della mente, con una flaccidezza del corpo, ecco, una mancanza di tono. Come se una volta scoperto cosa un corpo può fare per un figlio, in sua assenza si mostrasse parzialmente inutile. Come se potessi fare a meno di una parte delle mie braccia che non lo stanno sollevando, delle spalle che non lo stanno trasportando, delle gambe che non lo stanno rincorrendo, del cuore che non lo sta amando. Come uno spazio in disuso che grava di spese inutili.
Amarlo non ha colmato dei vuoti, ma ha ricavato spazi nuovi che prima non esistevano e che risultano ingombranti soltanto nel momento in cui sono vacanti. Per questo stento a pensare che mio figlio abbia dato un senso alle cose. In qualche modo le cose un senso lo avevano anche prima. Ma è come se quel senso di un tempo ora risultasse risibile a dispetto di un senso infinitamente più grande. Un senso onnipresente e pervasivo che si ricava sempre nuovi incavi, nuovi solchi, nuovi anfratti direi, in angoli inaspettati e, talvolta, sconosciuti di un corpo che credevo finito e che invece poi continua a stupirmi per le sue smisurate capacità.
Non ci sono ancora trasferte semplici. E forse è bello, infondo, che continuino a non esserlo. Che quello spazio continui a stupirmi e a ferirmi per il suo temporaneo inutilizzo. Che io continui, ciclicamente, a sperimentare questo senso di incompiutezza. Che il muscolo dell’amore non si stanchi di contrarsi e di distendersi, allenandosi sì alla mancanza, ma poi anche alla compiutezza ritrovata, in un ritmo palpitante di vita e di stupore. E di gioia ritrovata.

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Nel guscio