Complici
Mi era capitato di sognarlo in classe, al liceo, un giorno. Scrivermi messaggi sotto il banco. Raccontarmi di una compagna di classe che gli piace. È forse la cosa che desidero di più al mondo: complicità. Non amicizia, ma pur sempre all’interno dei rispettivi ruoli, una sintonia, un’intesa che ci ricongiunga, ogni giorno, a qualsiasi distanza. Essere per lui quella persona alla quale scrivere in momenti di grande gioia o di grande dolore, di smarrimento o di scoperta. Almeno per un po’. Dopo, chissà.
Per questo mi ha fatto un balzo il cuore oggi quando, sparecchiando, il mio bimbo mi ha detto per la prima volta: “Babbo, andiamo nel tuo letto a chiacchierare? Ci raccontiamo le cose.” A momenti lasciavo cadere anche i piatti. Poi chissà cosa mi aspettavo, quali grandi confessioni - ha tre anni e mezzo.
Ci siamo sdraiati nel lettone e mi fa, cospiratore: “Babbo ho delle domande.” Io: “Spara.”
“Uno: perché il leone di Robin Hood parla? Due: quanto è lunga una lunghezza? Tre: che cos’è un pachiderma?” Ecco, non esattamente la complicità che avevo in mente, ma è un’inizio.
Domani è la festa della mamma. Io questa cosa della mamma l’ho sempre invidiata parecchio. L’essere stati collegati fisicamente, l’allattamento e tutto il resto. Sono cose che creano un legame fisico inarrivabile per i padri. Poi non è detto che il legame con un padre non possa essere altrettanto forte su piani diversi. Ma la fisicità, quella visceralità, quella no, non l’avremo mai. Ed è un peccato non poterla sperimentare. Domani si festeggia quel legame unico, quella complicità della carne che una complicità dello spirito non può che ambire a compensare. Con tanto lavoro, soltanto con doppia dedizione, giorno dopo giorno.
Perché ci sono diversi gradi di complicità. trovare il proprio è già un successo. Potergliene offrire una varietà è un regalo invidiabile davvero.
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