Lasciarsi andare
Vorrei un premio, a trentasei anni, per avere imparato a non proseguire un libro che non mi sta piacendo. Concedergli il beneficio del dubbio, diciamo quaranta pagine, e poi decidere che non è per me. Non che è scritto male, ma che forse davvero non è il momento di leggerlo. Chiuderlo e riporlo nella libreria.
Meglio tardi che mai, arrivare a un punto della vita, in cui il tempo acquisisce un valore tutto nuovo. In cui non tutto deve venire portato a termine a ogni costo, ma può anche venire lasciato andare. Senza rancore.
Sebbene sia sempre stato abbondantemente allergico alla retorica del “libro come un amico che ti aspetta sempre per una chiacchiera” (non ricordo chi lo abbia detto - Whitman?), allora deve essere anche vero che di certi amici si può fare a meno. Che si possono mandare a quel paese e che si possa, in tutta serenità, farne a meno per un determinato periodo.
In un anno leggerò tra i quaranta e i cinquanta libri. Potrò concedermi di interromperne, chessò, tre? Quattro?
Come anche nelle amicizie, per rimanere nell’odiosa metafora, a volte prendersi una pausa può essere un atto d’amore. Per preservarsi, per darsi un’altra opportunità. Anche correndo il rischio di non rivedersi più. E se così sarà, vorrà dire che è stato per il meglio.
Un professore un tempo, un meraviglioso psicotico, ci raccontò che aveva messo tutti i libri della sua libreria in fila indiana nel suo appartamento, per scoprire che - con morettiana perizia - se contava di vivere ancora quarant’anni, la fila non occupava per lungo il perimetro dell’abitazione. La lezione? “Non c’è tempo per leggere libri che ti fanno cagare”. Ed era una citazione.
Doveva fare clic. Ora devo soltanto resistere alla tentazione di dare fuoco a questa porcheria e tollerare che mi osservi dallo scaffale ad libitum, con quella copertina austera e quell’espressione costernata.
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