Un cavalcavia

La Schönfließer Brücke, nonostante il nome si sforzi di darle un tono da ponte, rimane uno stretto cavalcavia di ferro. Un catorcio di metallo e bulloni arrugginiti che racchiude tutta la maestosa decadenza di Berlino.
Sotto il cavalcavia ci passano sia la S-Bahn, sia gli ICE e altri treni veloci, che si immergono poco più avanti nelle viscere della città verso Gesundbrunnen.
Per essere un passaggio tanto sottile ed estraneo al centro, attira numerosi personaggi, che vi si approcciano per le più svariate e talvolta bizzarre ragioni.
Ad esempio nei bei giorni di sole, alcuni lo scelgono per abbronzarsi, in piedi, appoggiati alla balaustra, gli occhi chiusi e il mento proteso al Fernsehturm. Come se in città mancassero i parchi.
Altri lo utilizzano come personale galleria d‘arte, ma anche i bambini come bancarella per racimolare qualche moneta dai loro fumetti consunti. Gettonatissimo in primavera, sa offrirsi come caffé letterario, con gruppi di giovani (e meno giovani) lettori che si sparpagliano sul parapetto - scomodissimi - a sfogliare tutti lo stesso romanzo.
E poi musicisti, fotografi e, naturalmente, i caratteristici folli, che mai si fanno attendere.

Ma tra tutti, i più fedeli aficionados della Schönfließer Brücke sono i bambini. Innanzitutto perché la ringhiera offre sbarre distanti tra loro una spanna (mentre tante altre sono fittamente decorate) e dalla loro ridotta prospettiva i piccini guadagnano così un‘ottima visuale sui binari.
E poi perché la Brücke qui é sufficientemente isolata e lontana da edifici residenziali. Perché é importante? Perché così i conducenti della S-Bahn si sentono liberi di fischiare una, due o perfino tre volte.
I bambini si ammassano lungo le spallette e si sbracciano a più non posso, i conducenti allora, puntualmente, ricambiano il saluto e lo accompagnano fischiando allegramente, suscitando l‘entusiasmo dei piccoli.
É un gesto di gratuita felicità che sa fare la gioia di una giornata. Specialmente nei lunghi  inverni.

Oggi tornavo a casa da solo, dopo avere accompagnato mio figlio all‘asilo. Sarà stata la stanchezza o forse ero soltanto soprappensiero, nel momento in cui ho attraversato il cavalcavia, ho salutato con la mano - per forza dell’abitudine - una S42 sferragliante, che mi ha fischiato in risposta. Mi sono guardato intorno: c’ero soltanto io. E ho sorriso come un bambino. Fin dentro casa.


parole: 374

Indietro
Indietro

Lasciarsi andare

Avanti
Avanti

Caffè Borbone punta sull’attesa