Liberi… Liberi (il caso Rohwedder)

A dir poco profetico, Vasco Rossi nell’aprile dell’89 lanciava uno dei suoi album più iconici: Liberi Liberi. La sesta traccia omonima (con l’aggiunta, ancora più profetica, di tre punti di sospensione) recitava nel ritornello:
“Liberi liberi siamo noi / Però liberi da che cosa / Chissà cos’è”
Soltanto sette mesi esatti più tardi, cadevano le prime picconate sul muro di Berlino, aprendo un varco tra due mondi dopo 28 anni di divisione. È fin troppo risaputo - è il caso di dirlo, dai tempi di Adamo ed Eva - che proibire sia il più rapido veicolo del desiderio. Per chi era cresciuto sotto il regime repressivo della DDR, quel desiderio si chiamava “libertà”. Una libertà della quale non conoscevano i contorni, le implicazioni, gli interessi. Una libertà che credevano sconfinata, ma soprattutto gratuita e che invece avrebbe fin troppo presto presentato il più salato dei conti.
Per i meticci come me è stato semplice crescere nel mito della riunificazione. Coltivare la più sincera delle ammirazioni per quei due popoli che si sono rimboccati le maniche e hanno lottato strenuamente per tornare a essere una cosa sola. Si tratta tuttavia di una bieca narrazione dei vincitori, che sottace l’amara realtà dei fatti storici e che oggi si materializza sulla mappa elettorale con cinica chiarezza, demarcando con precisione i contorni del muro, ancora dopo trentasette anni.

C’è una vicenda, su tutte, in grado di raccontare la grande truffa della riunificazione ed è quella di Detlev Karsten Rohwedder, capo della Treuhandanstalt, l'agenzia pubblica che, tra il 1990 e il 1994, privatizzò l'intera economia statale della ex DDR. Questa gargantuesca operazione integrò in tempi lampo i territori orientali nel mercato globale, causando la perdita di 2,5 milioni di posti di lavoro e la chiusura di un terzo delle fabbriche ex-socialiste.
La Treuhandanstalt operò con spregiudicatezza secondo il motto di Rohwedder: “Privatizzare rapidamente, risanare con determinazione, liquidare con cautela". Il risultato di tanta cautela fu che l'80% del patrimonio industriale della DDR finì in mano a investitori della Germania Ovest, mentre soltanto il 6% delle imprese privatizzate rimase ad acquirenti o manager residenti nei territori della ex DDR. L’operazione alimentò una percezione di disparità che ancora oggi - è quantomai evidente in questi mesi - risulta a dir poco indigesta ai cinque nuovi Länder della Repubblica Federale.
Si mente spesso circa un enorme sforzo che i cittadini occidentali avrebbero fatto per portare i “fratelli” orientali al passo con l’economica di mercato, la verità è che invece si trattò di un freddo calcolo finanziario del governo Kohl.

La DDR fu letteralmente comprata sul mercato della geopolitica, approfittando della disperazione economica del liquidatore più celebre del Novecento: Michail Gorbaciov. Nel 1990, con un'Unione Sovietica ridotta al default finanziario e incapace persino di sfamare i propri soldati, il leader del Cremlino si trovò costretto a barattare il destino di mezza Germania in cambio di ossigeno economico. Helmut Kohl non fece altro che staccare gli assegni necessari orchestrando un colossale riscatto miliardario: un pacchetto da 12 miliardi di marchi tedeschi per coprire i costi di rimpatrio, trasporto e costruzione degli alloggi per i soldati sovietici, a cui si aggiunsero un credito senza interessi da 3 miliardi e un altro mega-prestito bancario garantito dallo Stato da 5 miliardi di marchi. Un prezzo altissimo, pagato per ottenere il via libera di Mosca al ritiro delle truppe e alla riunificazione. Dietro la retorica dell'abbraccio tra fratelli ritrovati si nascondeva tuttavia la certezza matematica, radicata nell’establishment di Bonn, che fare carne di porco delle strutture industriali dell'Est avrebbe ripagato ampiamente l'investimento. Sapevano che fagocitare quei nuovi territori, svuotandoli di ogni concorrenza e cannibalizzandone gli asset migliori, avrebbe arricchito e proiettato la Germania unita verso una nuova egemonia europea, trasformando il sogno romantico della caduta del Muro nell'acquisizione societaria più spietata del secolo.

Tutto questo viene magistralmente raccontato nella docuserie, prodotta da Netflix: “Un omicidio irrisolto: il caso Rohwedder”. Un prodotto di rara chiarezza e accuratezza storica, che mette in luce gli aspetti più tragici - e per questo mai celebrati - del momento che più di ogni altro ha segnato l’identità dell’Unione Europea.
Attraverso l’espediente narrativo dell’assassinio Rohwedder (freddato da un cecchino mentre si trovava nello studio della sua residenza, completamente abbandonato dalle istituzioni e privo del necessario apparato di protezione) la serie ripercorre il clima di quei drammatici anni.
Quattro colpi di fucile che non si limitarono a eliminare l’uomo più odiato dell'Est, ma che di fatto sigillarono i segreti più indicibili di una transizione brutale, lasciando sul campo tre piste investigative ugualmente verosimili e inquietanti: i terroristi della RAF, gli ex agenti della Stasi o i servizi segreti occidentali interessati a un perfetto capro espiatorio. “Il caso Rohwedder” squarcia il velo proprio su questo cortocircuito, dimostrando come Rohwedder, nella sua fredda e manageriale esecuzione dei piani di Bonn, sia diventato il parafulmine perfetto di un sistema che doveva fagocitare un Paese intero senza mai mostrare il volto dei veri mandanti finanziari.

“Liberi liberi siamo noi / Però liberi da che cosa / Chissà cos’è”
Gli abitanti della ex DDR, dapprima così festanti ed ebbri sulle macerie del muro, lo avrebbero scoperto a proprie spese, cosa avesse in serbo per loro la tanto agognata libertà capitalista: nessuno di loro aveva fino ad allora familiarità col termine “disoccupazione”, né con la prospettiva di non poter pagare un affitto. La libertà li avrebbe inghiottiti e rivomitati, conducendoli - ancora una volta - a passo d’oca tra le braccia della rabbia e dell’odio sociale e religioso. Perché di qualcuno deve pur essere la colpa della loro miseria, giusto?
Quell’incorporazione spietata ha lasciato in dote un’asimmetria che nessuna spesa pubblica ha mai saputo sanare. Curare il bilancio statale liquidando l'identità di un popolo ha generato un risentimento viscerale, una ferita identitaria che oggi ha smesso di nascondersi e reclama il conto nelle urne. Guardando la Germania contemporanea, si comprende come il crollo di quel blocco di cemento non abbia segnato la fine della divisione, ma soltanto l'inizio di una colonizzazione più sottile, consumata sotto l'insegna del profitto. Resta così l'immagine di una folla che, nel correrle incontro, non si era accorta che la porta d'ingresso della modernità capitalista somigliava maledettamente a un tornello. E che, una volta superato, non avrebbe ammesso rimborsi.

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