Monsieur Pelicot

Quella di Gisèle Pelicot è con pochi dubbi una delle vicende più abominevoli della cronaca recente. Non vi sarebbe ombra di speranza, di redenzione, di fiducia nel prossimo, se non fosse per la determinazione e l’inaudita forza d’animo della sua protagonista. Il caso Pelicot è un condensato di violenza, orrore, infamia e, al contempo, di luce accecante. Non c’è altro modo di definire quello che questa donna ha dovuto attraversare se non un autentico pellegrinaggio all’inferno, trovandosi a scoprire, dopo una vita al fianco di un compagno al di sopra di ogni sospetto, che questi l’ha sottoposta, sedata sotto l’effetto di droghe, a oltre duecento stupri - accuratamente documentati - da parte di sconosciuti che regolarmente invitava nella loro casa a Mazan.
Basta il titolo del suo libro di prossima uscita, "Un inno alla vita" (per Rizzoli), a delimitare il raggio di sconfinata temerarietà che l’autrice ha scelto di mettere in campo nell’affrontare a volto scoperto i suoi carnefici. “La vergogna deve cambiare lato” ripete da anni, rifiutando di essere lei a doversi nascondere di fronte alla mostruosità di cui è stata fatta vittima.

Ed è proprio alla vigilia della pubblicazione del suo memoir, che Gisèle Pelicot ha rilasciato la sua prima intervista. Un’ora netta di discesa agli inferi, di fronte al microfono di Lourdes Garcia-Navarro del New York Times. Non a caso il Times ha optato per una giornalista dal lungo trascorso come corrispondente di guerra. La storia di Gisèle Pelicot si racconta da sola, le domande sono semplici, perfino banali, mai incalzanti, rispettose e fattuali. Il resto lo fa la voce della Pelicot.
Una sopra tutte però svetta la domanda con la quale l’intervistatrice sceglie di aprire la conversazione, ed è un quesito elementare che tuttavia imposta il registro dell’intero racconto:


- Prima di cominciare, come vorrebbe che mi riferisca al Suo ex marito?
- Monsieur Pelicot.

E questa risposta è già di per sé rivelatrice di buona parte di tutto ciò che occorre sapere su Gisele Pelicot. Innanzitutto perché ha scelto di non rinunciare al proprio cognome da sposata. Si potrebbe immaginare che quel cognome fosse la prima cosa della quale si sarebbe voluta sbarazzare, rimuovendo il più evidente marchio d’infamia. Ma lei è Gisele Pelicot e non ha alcuna intenzione di rinunciare alla propria identità: come ci ricorda, non è lei che si deve vergognare.
Allo stesso modo non vuole che ci si riferisca al suo ex marito e carnefice in altra maniera che con il suo nome: Monsieur Pelicot. Non Il Mostro, non La Bestia, nemmeno Il Bastardo. Queste sciocchezze le lascia ai giornalisti di terz’ordine. Non vuole generalizzazioni: l’uomo che ha cercato di distruggerla, insieme alle sue figlie, ha un nome e un cognome. Dominique Pelicot. Ed è col suo nome e cognome che deve rispondere delle sue azioni. E lo stesso vale per gli altri cinquantuno condannati. Gisèle Pelicot ha rinunciato al processo a porte chiuse, tutelando quel briciolo di dignità che le era rimasta, per obbligare i suoi carnefici a rendere conto delle loro infamie senza rete di protezione.

Racconta tutto, Gisèle Pelicot, scandisce davanti al mondo parole inaudite, ripercorre i passaggi più cruenti di ciò che lei per prima ha appreso soltanto dai video girati dal suo ex marito. L’accanimento di sconosciuti sul suo corpo inerme, nel suo letto, nella sua casa, invitati dall’uomo che avrebbe dovuto proteggerla e che lei ha amato per cinquant’anni. Fa rabbrividire soltanto pensarlo, perché non è possibile pensarlo. Figurarsi viverlo.
Ascoltare quest’ora di intervista è un atto dovuto verso il coraggio senza fine di questa donna. È una testimonianza imprescindibile del tempo che viviamo. Nella Storia, il caso Pelicot segnerà una frattura nel modo con il quale guardiamo alla violenza di genere. Un prima lungo millenni, in cui la donna era obbligata a vergognarsi della violenza subita; un dopo di sovvertimento diametrale del gioco delle parti. Un presente e un futuro in cui la prevaricazione maschile dovrà necessariamente venire esposta in tutta la sua brutale nitidezza.

È difficile, da uomo, accettare che una simile barbarie mi riguardi. Le avvisaglie che hanno preceduto il femminicidio di Giulia Cecchettin, le minacce, lo smisurato desiderio di possesso, il sopruso cronico, sono tutti elementi epidermici ben più visibili nel loro squallore, riconoscibili, localizzati. Il Turetta che fluisce nel sangue della nostra cultura è più semplice da individuare nei quotidiani vizi culturali maschili. Assai più difficile è invece riconoscere l’orrore perpetrato da Dominique Pelicot come endemico di ciò che rappresenta il maschio bianco occidentale ancora oggi.
Eppure c’è. È lì, ben visibile. In quel Monsieur con il quale Gisèle Pelicot non rinuncia ad appellare il suo ex marito. Il Signor Pelicot. Un uomo con il quale si può convivere una vita intera. Con il quale si può costruire una famiglia. E che intanto nutre l’aspetto più terrificante che gli è connaturato da infinite generazioni: il dominio indiscusso. Peggio. Il diritto al possesso.
Voltare lo sguardo non dovrebbe davvero più essere un’opzione. Ascoltare questa intervista, oggi, dovrebbe essere per ogni uomo un dovere morale. Non per senso di colpa, ma sicuramente per senso di responsabilità storica.
A volto scoperto.

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