Non ci vogliamo pensare
È interessante vedere come non stiamo prendendo sul serio il hantavirus. Un’ipotesi? Davvero non ci vogliamo pensare. Perché invece a leggere le notizie, ci sarebbero tutti i presupposti per preoccuparsene eccome. Specialmente ripensando a quei giorni di pochi anni fa, quando leggevo quegli articoli, di quei contagi, e poi sollevavo lo sguardo dal giornale e contemplavo la mia realtà: così indistruttibile, così appassionata, così spavalda, così solida che nulla sembrava poterla scalfire. E invece.
Forse l’unica certezza con la quale ci eravamo lasciati alle spalle il duemilaventi, era che al prossimo giro ci saremmo fatti trovare pronti. Come potrebbe non essere così. A guardar bene, tuttavia, no - non è esattamente così. Forse rispetto a pochi anni fa siamo ancora più impreparati, più disattenti, cinici e fragili. Così fragili da non volerne manco leggerne, di questo virus.
Meglio non pensarci. Di nuovo. Più di allora.
Che è davvero un meccanismo bizzarro. Non perché io sia migliore: mi sono dovuto forzare a leggere un paio di articoli. Ma scoprire poi, parlando coi colleghi in ufficio, che soltanto uno su dieci aveva letto del virus, mi ha sconfortato.
Come reagiremo questa volta? Penseremo ancora che ce la faremo? Che ne usciremo migliori? È sciocco immaginarlo. Sarebbe come farsi trovare impreparati al secondo divorzio.
Una magra consolazione: forse vedremo di nuovo i delfini nella laguna di Venezia. O Firenze senza turisti. La Pianura Padana con l’aria cristallina. Ne varrebbe la pena. O meglio - ne varrebbe la pena?
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