Porcellino d'emergenza

Non mi piace visitare le mostre con la guida. Solitamente mi informo a casa, prima di uscire, spolverando le nozioni di base, poi una volta tornato approfondisco quello che mi è interessato. Mi diverto a lasciare un certo spazio di libera interpretazione, per ingannarmi - sempre - oppure imbroccare la lettura dell’artista - molto raramente. Gli esiti sono solitamente comici, altre volte rivelatori.
Come nel caso del Deutsches Notstandsschwein (“porcellino d'emergenza tedesco”) di Hans Peter Alvermann (1966). Le intenzioni dell’autore: l’opera nasce nel pieno delle accese proteste giovanili contro le Notstandsgesetze, una serie di emendamenti costituzionali che conferivano al governo poteri speciali e la facoltà di limitare i diritti civili e le libertà personali in caso di crisi interna o minaccia internazionale. L'opinione pubblica di sinistra vedeva in queste leggi d'emergenza una pericolosa deriva autoritaria, temendo che potessero spianare la strada a un ritorno mascherato al passato totalitario. Avvolgendo un banale salvadanaio nella bandiera nazista, Alvermann voleva sbeffeggiare i valori della borghesia dell'epoca, accusata di barattare la democrazia in cambio della sicurezza economica, trasformando l'icona del risparmio in una feroce critica all'avidità e al conformismo dello Stato.
Infondo serve a questo una guida: a fornire contesto, a leggere l’opera nella cornice storica all’interno della quale è concepita. È fondamentale avvalersi anche di una verità oggettiva per non lasciare che l’opera fluttui nello spazio e nel tempo e che ci mostri soltanto quello che noi vogliamo vederci.
Eppure anche la mia lettura all’impronta non era poi tanto sgangherata.
I momenti in cui la Germania (e non soltanto lei) storicamente ha scelto di intraprendere un percorso autoritario, sono periodi cosiddetti di vacche magre, tempi di incertezza o di rovina economica. Momenti in cui è servito un responsabile cui addossare le colpe di tutti i mali.
Ai fini artistici, Hans Peter Alvermann non ha ritenuto opportuno mettere il pubblico a parte di un dato cruciale: il porcellino è pieno o è vuoto? A seconda dell’eventualità, cambierebbe drasticamente il significato dell’opera. La deriva autoritaria è il salvadanaio sempre pronto a salvarci dai guai finanziari? O è forse l’attore squattrinato pronto ad accogliere le insperate donazioni per la sua prossima impresa?
Il Deutsches Notstandsschwein sembrerebbe davvero più attuale che mai. Se si trattasse di un’opera del 2026 racconterebbe molto facilmente di come il porcellino sia tutt’oggi il depositario della fiducia di tanti tedeschi per un avvenire di prosperità. Che sia vuoto a perdere o pieno fino a scoppiare, il maialino di Alvermann continua a fissarci dal suo limbo di plastica (anche su questo dettaglio ci sarebbe da soffermarsi: non è un salvadanaio concepito per rompersi) e vernice, dimostrando che la buona arte non invecchia: cambia solo l'angolazione del nostro inganno. Forse la vera intuizione di quella lettura "all'impronta" sta proprio nel riconoscere che la stabilità economica e la tentazione autoritaria corrono da sempre sullo stesso binario, ieri come nel 2026. Ed è questo il bello di perdersi tra le sale senza una guida a fare da guardiano del senso: che tra una svista e un'illuminazione, l'opera smette di essere un freddo documento del 1966 e diventa invece uno specchio spietato del nostro presente.

parole: 518

Avanti
Avanti

È soltanto un palloncino