Red

Si parlava di volo. Una collega stava raccontando che sarebbe andata in vacanza negli Stati Uniti. Quando si è allontanata ho detto che avrei preferito farmi amputare una gamba piuttosto che salire su un volo tanto lungo, a maggior ragione negli Stati Uniti oggi. Allora il collega mi chiede: “Non c’è neanche una cosa, negli Stati Uniti, che per te varrebbe la pena di salire su quell’aereo?” Ho finto di pensarci e ho risposto di no, ma sapevo che non era così. C’è un solo luogo lì che vorrei visitare da molto tempo. Anche dopo quella conversazione, tornato al computer ho guardato i voli per Houston (dei voli che comunque non prenderò).

La Rothko Chapel è un luogo di pura tragedia cromatica, dove il nero e il marrone smettono di essere colori per diventare un'esperienza religiosa. È un santuario di tele immense che impongono ascolto. Mark Rothko vi lavorò negli ultimi anni della sua vita, trasfondendo in quelle superfici scure l'ossessione per una spiritualità che offriva soltanto silenzio. La costruzione fu portata a termine nel 1971, poco dopo il suo suicidio, rendendo lo spazio non solo un museo, ma il suo estremo testamento di cenere e di luce.

"C'è solo una cosa di cui aver paura in questa vita: il giorno in cui il nero si mangerà il rosso. Il giorno in cui la luce svanirà e rimarrà solo l'oscurità totale. Il rosso è vita, è passione, è sangue, è vino... ma il nero è il nulla. È l'estinzione."

Red è stato scritto da John Logan, celebre sceneggiatore di Hollywood che qui abbandona l'epica cinematografica per concentrarsi sulla tensione psicologica di uno studio d'artista. La regia originale è stata curata da Michael Grandage, che ha debuttato al Donmar Warehouse di Londra nel 2009 prima di conquistare Broadway e vincere sei Tony Awards.
Sulla scena, a incarnare la figura monumentale e tormentata di Mark Rothko, è stato Alfred Molina, la cui interpretazione è rimasta un punto di riferimento per la critica mondiale. Accanto a lui, nel ruolo del giovane assistente Ken, recitava un allora emergente Eddie Redmayne, che proprio grazie a questa prova vinse un Tony Award come miglior attore non protagonista.

Ambientato nello studio newyorkese del pittore alla fine degli anni Cinquanta, lo spettacolo mette in scena il brutale scontro intellettuale tra Mark Rothko e il suo giovane assistente Ken mentre lavorano ai murales per il Seagram Building. Attraverso dialoghi serrati e il rito fisico della pittura, il dramma esplora il conflitto tra l’idealismo tragico del maestro e l’ascesa della cultura pop, rivelando l'ossessione di un artista terrorizzato dall'idea di essere dimenticato.

Michael Grandage fa una cosa semplice e abbastanza spettacolare: posiziona idealmente le opere per il Seagram in contingenza della quarta parete, infrangendola sul piano simbolico. Sovrappone l’immagine della platea con quella dell’arte, facendo sì che Rothko e il suo assistente la osservino piombando nello sguardo dello spettatore. Il Rothko di Molina nel primo atto spiega che per lui la creazione di un’opera è al dieci percento foggia, al novanta percento contemplazione e attesa. Ed è in questi termini che sembra osservare il pubblico, plasmandolo sul piano emotivo, ma soprattutto contemplandolo con curiosità e orrore.
Soltanto una penna attenta sarebbe stata in grado di capire quanto l’ironia (a tratti nutrita dall'esasperante e spesso patetica tragicità di Rothko) fosse necessaria a controbilanciare l’abisso dello stato depressivo dell’artista. Ma la penna è anche grandemente supportata da una regia che comprende il Rothko artista e la sua caravaggesca ossessione per la luce e le ombre.

Davvero lo prenderei un volo, anche di dieci ore abbondanti, soltanto per ritrovarmi tra le ultime tele di Mark Rothko, soverchianti nella loro cupezza, maestose nella loro tragedia. Perché Rothko sembra davvero aver varcato la grande soglia, ancora in vita. Le sue opere sembrano conservare il mistero dell’Altrove, racchiudere le risposte alla domanda che l’umanità si pone dall’alba dei tempi. Lì, nella penombra. In attesa che il nero si mangi il rosso. In attesa dell’oscurità totale.


parole: 659

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Farewell