Sublimato, Ecceduto, Sperperato, Annientato

Sorrentino se la canta e se la ride. Da sempre.
Si é inventato un linguaggio tutto suo e ne ha ricavato delle perle. Le prime. Uno, due, tre … quattro. Poi il linguaggio si è trasformato in vezzo. Un vezzo tira l’altro… cinque, sei, sette. Poi ce lo siamo perso - i vezzi sono diventati il film: niente più trama, niente più scrittura, niente più cinema. Dei lunghissimi vezzi lunghi un paio d’ore che manco si possono ricicciare come video arte. Inascoltabili, bellissimi dal punto di vista estetico, per il resto semplicemente insopportabili. Fino ad approdare a Parthenope, che sembra uno scherzo più che un film. Un artificio del regista per vedere com avremmo reagito. Il linguaggio diventa una parodia di quello che era in principio, le immagini rimangono belle, ma il risultato è grottesco.

Infine, ultimo stadio: La Grazia.
Se la canta e se la ride, Sorrentino. E decide di far la cosa più impensabile di tutte, la più assurda. Un film normale. D’accordo c’è Toni Servillo. Ma la regia, la scrittura, il casting (oddio aiutami, il casting!), avrebbe potuto firmarli - chessò - Paolo Genovese. Via tutto, via il linguaggio, via i vezzi (tutti), via le musiche, via il mistero, via l’intreccio. Sorrentino mette alla prova Servillo circondandolo di attrici e attori mediocri, gli mette in bocca frasi retoriche, concetti banali, e rinuncia in tutto e per tutto a Sorrentino.

Tutto quello che ha costruito, pensato, lo ha - nell’ordine - sublimato, ecceduto, sperperato, annientato. Perché dire che La Grazia è un brutto film sarebbe scorretto e ingeneroso. Ma è un film da Riccardo Milani. Che per carità, ci piace Riccardo Milani - fa quella roba lì - ma non è Sorrentino.

E non si capisce se siamo cavie di un esperimento, zimbelli di una burla, o se invece quello che dovrebbe essere - tornare ad essere - il più talentuoso e visionario regista del cinema italiano, avrà mai intenzione di tornare a trattarci per quello che in realtà siamo: il suo pubblico.
Ben inteso: non ce lo deve. Ma manco farsi prendere per il culo, ecco.

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Non ci vogliamo pensare