Sarà il formato squisitamente cinematografico, ma l’opera di Nemenskij ha il sapore dell’eterno.
Non poterono nemmeno prendersela troppo con Boris Michajlovič, perché lo avevano già insignito dei più alti riconoscimenti nazionali per il suo valore sul campo di battaglia. E se un veterano decide di esporre quello che i funzionari avrebbero definito “inutile pacifismo”, allora così sia. Nondimeno, “Sulla collina senza nome” incarna la negazione di ogni aspetto del Realismo Socialista e rappresenta un affronto allo status quo sovietico del 1961: non celebra né il trionfo né il sacrificio glorioso del soldato russo, ma soprattutto non demarca il confine morale e politico tra il vincitore e il nemico fascista. I due ragazzi sono identici nella morte, ugualmente tragica, e questo il regime non poteva accettarlo. Per questo l’opera fu esclusa dalle grandi rassegne ufficiali e nessun museo di Stato sovietico accettò di inserirla nelle proprie collezioni permanenti. Fu infine acquistata dal celebre collezionista d'arte tedesco Peter Ludwig ed è il motivo per il quale oggi “Sulla collina senza nome” si trova alla Neue Nationalgalerie e non all’Hermitage.
A prima vista, l'inganno è dolce e spietato: quei due ragazzi sembrano soltanto sfiniti, addormentati uno accanto all'altro in un momento di tregua, avvolti da una natura che pare volerli proteggere. Basta però fare un passo in avanti per scoprire che la rigidezza delle membra e delle dita contratte rivela il gelo della morte, e che la terra non li sta cullando, bensì inghiottendo. Il tranello visivo Nemenskij lo sottolinea con ulteriore malizia, avvalendosi di uno spettro cromatico fresco, quasi gioioso, evocando intorno ai ragazzi una primavera in procinto di risvegliarsi (come succede invece nel suo meraviglioso “Primavera”, 1976), tardando il disvelamento dell’orrore.
Il soggetto riprende un aneddoto autobiografico (e si sente): “Fu il primo soldato fascista con cui mi trovai faccia a faccia. Il mio nemico? Questo ragazzo? Se ci fossimo incontrati prima della guerra, in circostanze diverse, saremmo potuti diventare amici.” Era inverno e Boris Michajlovič, allora diciannovenne, si trovava nei pressi di Velikie Luki, un'area colpita da scontri violentissimi. Il giovane Nemenskij era esausto e infreddolito a causa della marcia a piedi nella neve alta. Incontrato quello che riteneva fosse un grosso ramo o il ceppo di un albero coperto dalla neve che sporgeva dal terreno, decise di sedervisi sopra per riposare qualche minuto e mangiare un pezzo di pane secco. Fu solo dopo essersi accomodato che percepì una strana consistenza. Spostando la neve fresca con le mani, si rese conto con orrore che non era legno, ma la spalla congelata di un soldato della Wehrmacht. Spinto da un misto di terrore e pietà, girò il corpo per guardarlo in viso. Si trovò davanti un ragazzo giovanissimo, quasi un adolescente, con i capelli rossi. La cosa che lo sconvolse più di tutte fu rendersi conto che quel ragazzo aveva esattamente la sua stessa età e che, nei lineamenti del viso, gli somigliava in modo impressionante.
È questa orribile e al contempo tenerissima vicenda, a cambiare per sempre il modo in cui Nemenskij guarderà alla guerra e, di conseguenza, a ispirare “Sulla collina senza nome”, di cui realizzerà sette diverse versioni.
In ognuna di esse resta intatto lo stesso nucleo universale: l'idea che la guerra non sia uno scontro tra eroi e mostri, ma un tritacarne che divora coetanei identici, specchiati nello stesso destino. Questa tela e la sua storia dimostrano come il regime sovietico non rifiutò soltanto un quadro politicamente scorretto, ma cercò di nascondere una verità molto più profonda ed eversiva. Quella per cui, una volta spogliati dalle divise, dalle ideologie e dalle propagande del momento, i soldati tornano a essere semplicemente dei figli. E la terra che li accoglie non fa distinzioni di bandiere, restituendoli alla storia uniti in un unico, eterno e silenzioso riposo.
parole: 627
Sulla collina senza nome
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