Tinto

Alle medie prendevo ripetizioni da una professoressa del mio istituto. Due o tre volte a settimana dopo scuola andavo a casa sua a fare i compiti. A volte c’erano anche altri ragazzini oppure ero da solo con lei. Quando arrivavo le porte di ogni altra stanza che non fosse il soggiorno erano chiuse. In particolare quelle dei suoi figli, che frequentavano l’università. Quando però dovevo aspettare il mio turno per fare i compiti, sgattaiolavo nella camera da letto del figlio maschio a sbirciare. Dischi, molti libri, ma soprattutto una grossa collezione di VHS. Molti erano parte della collana dell’Unità, alcuni ce li ho pure io qui. Ricordo quando un giorno, scorrendo le coste delle custodie, incappai in titoli erotici. Conosco tutt’oggi a memoria titoli e copertine: Il fiore delle mille e una notte di PPP, Malizia di Samperi, Giovannona Coscialunga disonorata con onore di Sergio Martino, tra gli altri, e poi una lunga serie firmata dal maestro del genere nonché supremo veneratore di culi, Tinto Brass.
Un giorno presi coraggio e sottrassi all’appartamento La chiave (1983) con la Sandrelli, per vedermelo a casa. Anche per un ragazzino nei primi anni 2000 si trattava di un erotismo già anacronistico, ma non privo di fascino. Le musiche sintetiche, l’uso scriteriato dello zoom, il doppiaggio amatoriale, ma soprattutto quell’indugiare su didietro prosperosi, lo trovavo più divertente che eccitante. E anche i canoni di bellezza erano già mutati drasticamente nell’arco di una sola ventina d’anni. Difficile pensare a Brass come un genio. E ancor più difficile incipriare quell’ossessività pruriginosa di nostalgia. Credo francamente che Brass fosse in buona sostanza un gran porco e che fosse riuscito a unire la sua passione con la professione. Buon per lui, certo, ma questo non ne fa necessariamente un grande regista.
Ci lascia oggi un pezzo di cultura italiana, prima che cinematografica. L’eros intanto è cambiato in modo così radicale che difficilmente si sentirà la mancanza del suo cinema. Tuttalpiù ciò che si può rimpiangere è un periodo in cui l’erotismo aveva una trama. In cui la libido era coltivata con delle storie, raffazzonate e pretestuose, ma pur sempre storie. E il sesso si nutriva ancora di immaginazione prima che di esplicito, questo sì. Per il resto non mi accoderei ai soliti giornalisti che oggi si sono sperticati nel ricordare l’apporto artistico del “Maestro”. Per quel poco che mi è dato sapere, credo che ne avrebbe riso anche lui.
Grazie per i bei pomeriggi, porcellaccio.

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