Vicini

Questa mattina, nel momento meno opportuno, hanno suonato alla mia porta. Il tempo di scusarmi con i partecipanti alla riunione, di nascondere il video dalla chiamata, e sono andato ad aprire. La dirimpettaia, una donna sulla sessantina, sdrucita e in vestaglia, stava già rientrando nel suo appartamento. Profondamente in imbarazzo, mi ha spiegato di avere un problema con il lavandino, domandandomi se per caso la potessi aiutare. Le ho chiesto di pazientare un momento, avrei concluso la riunione e l’avrei raggiunta. Poco più tardi ho bussato alla sua porta.

Abito nel mio appartamento da settembre e da allora ho incontrato la sua tristissima figura soltanto un paio di volte. Non mi ero mai fatto un’idea precisa in merito, forse soltanto di una persona vagamente stramba, estremamente riservata come molti tedeschi d’altronde sanno essere.
Essendoci l’abitudine di accogliere i pacchi per conto dei vicini in loro assenza, ho avuto modo negli ultimi mesi di sbriciare negli androni di molti di loro, rendendomi conto che il mio appartamento, in confronto agli altri, è molto meglio curato. È stato infatti ristrutturato di recente e mi è stato consegnato in condizioni eccellenti, dotato di un elegante parquet, alternato a piastrelle in gres porcellanato; la cucina nuova di zecca, con elettrodomestici di di ultima generazione; gli alti soffitti decorati con fronzoli d’epoca. Non la tipica abitazione berlinese, per chi conosce il genere. Una cura che certo trova riscontro nel prezzo dell’affitto, tutt’altro che modico per la metratura, ma comunque in linea con i recenti standard del mercato immobiliare locale.
Vado molto orgoglioso del mio appartamento: è la casa mia e di mio figlio, ci tengo che sia in ordine, sempre pulito e che emani calore e accoglienza. Di fatto è, per stile e gusto, un prolungamento della mia storia personale, in linea con gli altri appartamenti che ho abitato negli anni.
Quello che ho avuto modo di intuire dagli androni dei vicini è invece di altro tenore: corridoi arredati con poca cura, scarni, disordinati, impersonali. Una volta questa era Repubblica Democratica e si sente. Quarant’anni di regime autoritario e di socialismo reale poco hanno favorito la fantasia e la creatività per quanto riguarda l’arredamento di interni. Ma anche a questo avevo fin qui dato poco peso.

Sento armeggiare con le chiavi e la vicina mi ricompare di fronte. Porta i capelli bianchi sciolti che le raggiungono le anche e sfoggia un aspetto, nel complesso, che trasuda trascuratezza. Con gli occhi lattiginosi mi rivolge uno sguardo implorante e mi fa cenno di seguirla all’interno dell’appartamento. Scopro immediatamente che casa sua trascende i canoni di sciattezza dei nostri vicini e che invece è l’abitazione di un’indigente. Tutto intorno a me racconta una storia di miseria, non soltanto i muri scrostati e i soffitti ammuffiti, i pochi mobili scarni all’osso, la cucina a gas incrostata e sommersa dai rifiuti, ma l’odore stesso nella casa è rivoltante, come di malattia, di ferita purulenta.
Mi conduce al lavandino della cucina, dal quale l’acqua sta scorrendo su una pila di piatti sporchi, la manopola dell’acqua fredda è svitata. La vicina a malapena si spiega, me la indica come se fossi del mestiere e allora io cerco di capire come risolvere il problema. Non ci riesco. La questione sembra non essere nella manopola, ma da qualche parte nel corpo del rubinetto. Cogliendo l’occasione per allontanarmi a riprendere fiato, mi offro di andare a prendere la mia cassetta degli attrezzi. Mi rendo conto che torno da lei malvolentieri. Armeggio a lungo con il pappagallo sforzandomi almeno di serrare i dadi, ma invano.
La donna sembra spazientita dalla mia inconcludenza, della quale a questo punto mi trovo a scusarmi. Con mio sollievo vengo ringraziato e congedato.

A due metri di distanza dal mio uscio ho varcato la soglia di un mondo distante anni luce. La cosiddetta gentrificazione era per me sempre rimasto un concetto molto chiaro nella teoria, eppure impalpabile nella mia condizione di agio e benessere. Fatico poi a immaginare che esistano molti altri luoghi in cui il fenomeno sia tangibile quanto lo è a Berlino, dove la tanto decantata Wende in tre soli decenni ha scavato una sproporzione tra cittadini di serie a e di serie b che oggi dà i suoi osceni frutti alle urne. Il divario tra i nostri stili di vita non si misura più in quartieri, in strade, ma nei centimetri che separano gli stipiti delle nostre porte. Quanto, mi domando, il mio inserimento nell’ecosistema di questi indigeni martoriati dei flutti della Storia, impatta negativamente il loro stile di vita? Quanto il quartiere e la città stessa in cui viviamo si sta plasmando sulla base delle mie necessità, a discapito di quelle della mia vicina? Ma sopratutto: com’è possibile che mi sia stato concesso il lusso di non rendermi conto che condividevo il pianerottolo con tanta miseria?

Rientrando in casa ho chiuso la porta con un senso quasi di liberazione, rimettendo una distanza puramente formale non soltanto tra i nostri appartamenti, ma tra due versioni incompatibili della realtà.
Nondimeno tutto mi è improvvisamente apparso fuori posto: l’ordine che tanto mi rassicura ora mi appariva fragile. Ho acceso l’acqua del mio lavandino, così docile e prevedibile, e ne ho bevuto un bicchiere. La porta d’ingresso mi è sembrata più sottile che mai. I cigolii delle scale più acuti. Il mio adorato appartamento, d’un tratto, volgare. Riapro il computer e torno a immergermi nella mia bolla, circondato dalle mie cose belle. Una barriera corallina tra me e gli abissi.

parole: 909

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