Come farfalla a luglio

Nell’estate del 2001 abbiamo avuto un’ultima occasione per invertire la rotta. Per riflettere in ottica critica come collettività sulle sorti del nostro stile di vita e sull’impatto che questo ha su parti del mondo che continuiamo a sfruttare senza scrupolo. Ci stavamo concedendo la possibilità di prendere coscienza di un modello che poteva e doveva venire messo in dubbio e, al contempo, di valutare delle alternative. Non essendo una sfida che verosimilmente si potesse affrontare come individui, il nostro pensiero critico si era fatto collettivo, organizzandosi in un luogo e in un movimento. Seattle prima, Porto Alegre poi, infine Genova. Il Neoliberismo aveva finalmente un nemico, si chiamava No Global. La lunga mano più spietata del modello capitalista si stava scontrando contro centinaia di migliaia di persone pronte a rinunciare al migliore dei mondi e, come avrebbe detto Edgar Morin, ad abbracciare un mondo migliore.

Poteva mai spaventare, questo manipolo di ribelli, un sistema economico globale? Viene da chiederselo. La risposta è quantificabile: nella violenza della repressione operata dagli eserciti e dalle forze dell’ordine, nell’imponenza dell’apparato di disinformazione, nella mattanza della Diaz, nelle torture del Bolzaneto, nella morte di Carlo Giuliani. La risposta è sì: il movimento No Global faceva paura, eccome. E siccome faceva paura davvero, è stato represso con l’unico strumento che il potere conosce - la violenza. Una violenza feroce e spietata, sistematica, gratuita, generalizzata, spudorata, orgogliosa, presuntuosa, cieca. Una violenza definitiva che ha portato a una vittoria schiacciante da parte del sistema dominante, quantificabile anche questa: il movimento No Global si è estinto. Non solo. Con l’idea di Social Forum si è infranto anche il sogno di una certa sinistra, arrabbiata e determinata, organizzata e chiassosa, capace di riempire le piazze di mezzo Occidente con la stessa indignazione e rabbia. A Genova si è spenta una luce, un estremo barlume di Resistenza, un ultimo fragile argine alla dittatura dispotica del nuovo colonialismo. Con Genova abbiamo rinunciato alla nostra dignità di consumatori, alla nostra empatia verso gli sfruttati, alla nostra consapevolezza di privilegiati, al nostro senso critico, alla capacità di immaginare un mondo migliore per tutte e per tutti. Ci hanno comprati con l’abbondanza, e ce la siamo fatta bastare senza porre troppe questioni.

Ogni anno, quando arriva luglio, leggo un libro sul G8 di Genova. Un piccolo rito per non perdere il contatto con le mie radici e con l’occasione sfumata di un’alternativa al porcilaio nel quale invece ci troviamo a vivere.
Come farfalla a luglio” di Stefano Valenti (Feltrinelli) purtroppo non è un bel libro, pur rimanendo indispensabile. Per commemorare il quarto di secolo che ormai ci separa dai fatti Genova, Valenti imbastisce un’opera bipartita, tra i fatti storici (interviste, documenti d'archivio e carte processuali) e un’autofiction - purtroppo pedante e intellettualmente presuntuosa - che inscena i suoi (reali) legami con Carlo Giuliani e altre figure del Genova Social Forum, vittime dei soprusi della Diaz e del Bolzaneto. Attraverso le pagine scorre infatti il dramma esistenziale di Francesco, un giovane devastato dalle violenze della caserma ligure che sceglie il silenzio definitivo del suicidio. Sarà lui a trascinare l'autore-narratore dentro un patto di testimonianza morale, obbligandolo a fare dei propri ricordi personali l'argine contro l'oblio di una generazione sconfitta.
Dicevo “indispensabile” perché al di là dello stile, “Come farfalla a luglio” offre la possibilità di riconnettersi non soltanto con le verità fattuali e processuali dei tre giorni di Genova, ma anche con il sogno spezzato di chi, come allora, continua a non rassegnarsi alla sconfitta.

Particolarmente delicata e azzeccata è la scelta, da parte dell’autore, dell’esergo dal quale il romanzo prende il nome. Si tratta di una quartina dal “Battello ebbro” di Rimbaud, in cui l’imbarcazione è il poeta stesso (allora sedicenne), che rompe i legami opprimenti con la società borghese e le regole morali per inseguire la libertà e l'istinto. Eccolo, il sogno tradito. Dice:

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Ma i sogni non si affogano nel sangue. Continuano a vivere nelle menti ostinate di chi non dimentica. Soltanto così, il sogno continua. Leggero come una farfalla, indistruttibile come le nostre idee.

parole: 700

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