Le comparse
Full Metal Jacket sul grande schermo, serve commentarlo? Occorre aggiungere parole alle centinaia di saggi che hanno per tema il cinema di Kubrick? Dovrei esprimermi sull’ovvio, ovvero su quanto la sala sia indispensabile, ancora oggi (specialmente oggi), per apprezzare l’esperienza visiva di uno dei grandi maestri della pellicola?
Il pensiero invece che mi ha accompagnato alla riscoperta di questo capolavoro, è stata l’assoluta abnegazione antagonista messa dall’autore al servizio di una causa.
In pochi sono in grado quanto gli americani di cannibalizzare un evento storico e di elevarlo a mito tramite le arti. Il cinema in primis si avventa puntualmente sugli avvenimenti più rilevanti con famelica creatività, schierando i suoi talenti migliori per raccontare - generalmente in ottica critica - lo stesso evento da ogni possibile angolatura. È quasi dato per scontato, negli Stati Uniti, che alle vicende di una certa portata seguirà un film. Di fiction, per giunta: il celebre “ispirato a fatti realmente accaduti”, piuttosto che il più ovvio formato documentaristico.
Un evento su tutti: la guerra del Vietnam. In otto anni di coinvolgimento, Washington contò 58.220 caduti,153.000 feriti e circa 1.600 dispersi. Si stima che il conflitto più impopolare della sua storia abbia dato vita, tra Hollywood e le produzioni indipendenti, intorno ai 200 film, fino a generare un vero e proprio sotto-genere del cinema bellico. I più celebri: Apocalypse Now (1979), Il cacciatore (1978), Platoon (1986), Nato il quattro luglio (1989) e, ovviamente, Full Metal Jacket (1987). Che cosa hanno in comune? La critica spietata. Ciascuna di queste pellicole contiene, nel proprio unico modo, una dose di rabbia spropositata, di ferocia espressiva che gli autori hanno veicolato in una nettissima contestazione politica verso il proprio governo (chi contemporaneo, chi postumo).
In Italia qualcosa di simile è successo nel secondo dopoguerra, con la stagione del Neorealismo prima e della commedia all'italiana poi. Pellicole come Tutti a casa (1960) o La grande guerra (1959) hanno metabolizzato la colpa e il trauma, anziché attraverso l'epica spietata della finzione americana, armandosi dell'assurdo, della risata amara, dell'antieroe che cerca semplicemente di portare a casa la pelle. In Italia abbiamo fatto della sopravvivenza un genere e della commedia il nostro scudo morale per non dover guardare il mostro negli occhi.
Eppure, persino in quel cinismo c'era un'idea di cinema, un tentativo di usare l'arte per processare una ferita collettiva. Abbiamo derubricato la tragedia a farsa grottesca per perdonarci l'inadeguatezza di fronte alla Storia, trasformando la disfatta in una saga di espedienti individuali per sfangarla. Sicuramente c'era una disperata forma di autodifesa in quella scelta: ridere del trauma per addomesticarlo, sostituire la rabbia contro il potere con la benevolenza verso le nostre miserie.
Alla fine, che si scegliesse la tragedia spietata o la risata amara per portare a casa la pelle, l'arte faceva esattamente ciò che deve fare: sporcarsi le mani per elaborare il buio del proprio tempo.
Poi, da noi, il vuoto. Decenni di risatine e drammi esistenziali, di intimismo e introspezione intellettuale sulla media borghesia. I traumi della Storia li abbiamo semplicemente messi da parte. Soltanto negli anni Duemila abbiamo deciso di fossilizzarci in modo quasi morboso sul nostro più rilevante conflitto (interno): la mafia, o più precisamente la Camorra. Abbiamo tradotto l'intero racconto del Paese in chiave di criminalità organizzata, fino a far sembrare che in Italia non esistesse altro da narrare. E intanto abbiamo voltato le spalle a tutto il resto.
Penso al Mediterraneo, diventato il cimitero a cielo aperto più grande del mondo. Fuocoammare (2016) di Rosi è stato l'unico prodotto di rilievo capace di raccontare un conflitto che - troppo spesso lo dimentichiamo - ci riguarda da vicino non meno di quanto il Vietnam abbia riguardato Oliver Stone o Stanley Kubrick: l'Italia ha le mani macchiate di sangue abbastanza da annegarci. Ma di nuovo: Fuocoammare è un documentario. C'è stato poi Matteo Garrone con Io capitano (2023), è vero, ma la sua scelta di virare verso la fiaba epica e il romanzo di formazione - fermando il racconto un attimo prima dell'impatto con i nostri confini e con le nostre politiche - rivela ancora una volta la solita ritrosia. Si sceglie la poesia della vittima per non dover raccontare la responsabilità del carnefice.
Perché non siamo stati in grado di edificare un’opera di finzione su un capitale narrativo di questa portata?
Sono trascorsi quattro anni dall'inizio dell'invasione in Ucraina. Anche questo non ci riguarda? Eppure, a giudicare dai proclami dei nostri artisti, dai loro post accorati, dai discorsi di rito sul palco dei festival, sembrava che la pelle degli ucraini ci stesse molto a cuore. E poi Gaza. Dal 7 ottobre 2023 a oggi è trascorso un tempo più che sufficiente per produrre intere filmografie. Centinaia di migliaia di persone in piazza a sostenere la Global Sumud Flotilla, proclami a pioggia da parte della nostra classe artistica, vesti stracciate, capi coperti di cenere. Quanti film di finzione sono usciti su Gaza in Italia da allora a oggi?
Riscoprendo l’incredibile sequenza dell’espugnazione di Huế, non ho potuto fare a meno di domandarmi cosa realmente trattenga il nostro cinema dal far seguire l’arte ai proclami. A cosa sia dovuta questa codardia - o forse semplicemente pigrizia - creativa, a fronte di tanti accorati appelli e sperticate manifestazioni di empatia senza seguito.
Full Metal Jacket non è semplicemente un capolavoro piovuto dal cielo, non lo dobbiamo solamente al genio di Stanley Kubrick, ma a una precisa interpretazione del ruolo dell’artista, della collocazione del suo talento all’interno dei grandi eventi che coinvolgono il suo Paese (come si spiegherebbe altrimenti il coro del plotone che intona la sigla di Mickey Mouse sulle macerie di Huế?). Una responsabilità storica che fa parte del DNA della professione tanto quanto il rispetto della sintassi visiva o della grammatica della luce. Un'abnegazione che non si esaurisce sul red carpet, ma che reclama il coraggio di farsi opera, carne e cicatrice sul grande schermo.
Fino a quando l'arte pretenderà di essere politica soltanto quando parla di se stessa, continueremo ad avere una classe di artisti impeccabile nei proclami e del tutto irrilevante nella Storia. Gli americani hanno fatto della guerra un mito spietato; noi abbiamo fatto del nostro torpore una virtù. Ma senza la ferocia di un'opera che si sporchi le mani, la memoria non è impegno: è soltanto cosmesi. E un Paese che ha scambiato le barricate con i red carpet non produce film di guerra. Ma soltanto comparse.
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