תִּמְשֹׁל

Caino non la prende bene. Vedere rifiutati da Dio i suoi doni e lodati invece quelli del fratello, sortisce in lui il primo sentimento di invidia dell’umanità. Gli prendono i cinque minuti, come diremmo oggi. Anche perché Dio non offre grandi ragioni per la sua scelta: il primo, essendo contadino, gli porta in dono i frutti della terra, mentre Abele, un pastore, i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Dio aveva evidentemente voglia di carne, né più né meno. A voler essere maliziosi potremmo intuire che l’Altissimo - che al tempo doveva avere un sacco di tempo libero - volesse mettere alla prova il povero Caino e, infatti, leggendogli nel pensiero lo ammonisce: “Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu… timshel».
Una cospicua fetta dell’interpretazione che possiamo dare della dottrina cristiana si nasconde nei gangli della traduzione dall’ebraico di questo passaggio dell’Antico Testamento.
A seconda di come il nodo linguistico venga sciolto, la natura del rapporto tra l'uomo e Dio cambia radicalmente: se la promessa del "tu lo dominerai" (King James Bible) ci solleva dallo sforzo, accennando a un destino già scritto, e il comando del "domina su di esso!" (Bibbia CEI) ci schiaccia sotto il peso di un obbligo autoritario, è solo con il radicale "tu puoi dominarlo" di timshel che il Cristianesimo ritrova la vertigine del puro libero arbitrio, laddove Dio fa un passo indietro e l'essere umano diventa l'unico, responsabile artefice della propria salvezza o della propria rovina.

Caino, come sappiamo, cede all’istinto, se ne frega di Dio e accoppa il fratello. Come da tradizione, l’Altissimo allora mostra tutta la sua allergia alla disubbidienza: “Dov'è Abele tuo fratello?” gli domanda e Caino, in vena di polemica, gli risponde: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” E qui l’Onnipotente - montessoriano - perde le staffe.
Maledice la terra imbevuta del sangue di Abele di modo che non dia più frutti, condannando Caino a fuggire da casa sua in cerca di fortuna, creando il primo profugo climatico. Inoltre tutti scoprono della sua disubbidienza e Dio, per evitare che il ragazzo venga linciato, gli impone il celebre marchio, un segno di protezione che garantisca una punizione sette volte peggiore a chiunque osi fargli del male. Caino vaga e vaga fino a stabilirsi nella terra di Nod (in ebraico, "esilio"), a oriente dell’Eden. Lì, Caino costruirà la prima città della storia, Enoch, e darà inizio alla sua discendenza.
Non siamo dunque certi se tutto questo casotto sia avvenuto perché Caino abbia deliberatamente ignorato un ordine dell’Altissimo, oppure perché abbia percorso, sua sponte, la strada meno gradita al Padre. Ma tant’è.

Timshel Steinbeck lo spiega, pur dando per scontata - erroneamente - una certa conoscenza delle Scritture. Senza, la lettura di uno dei romanzi più travolgenti del Novecento, rimane monca. A partire proprio dal titolo originale di La Valle dell’Eden, che si magna il riferimento biblico in un sol boccone. East of Eden, infatti, indica la terra di Nod, che come abbiamo visto non si trova nella valle dell’Eden, altrimenti ignoreremmo la cacciata di Caino.
La scelta è stata tutta commerciale: Mondadori trovava che il titolo pedissequamente tradotto, “A Est dell’Eden”, non fosse abbastanza accattivante e dunque perché no - via duemila anni di interpretazioni teologiche in favore della casalinga di Voghera.
Purtroppo, dire che l'umanità si trova "a est dell'Eden" è invece fondamentale, perché significa stabilire una condizione spirituale: siamo tutti esiliati, tutti imperfetti e tutti segnati dal peccato di Caino. Checché ne pensi il vecchio Arnoldo.

È esattamente in questa terra dell'esilio che Steinbeck cala le sue dinastie familiari, mettendo in scena un eterno ritorno in cui ogni generazione è condannata a replicare la medesima lotta della Genesi tra fratelli prediletti e fratelli rifiutati dal padre. L'intuizione di timshel non è soltanto un semplice colpo di teatro finale (e lo sarà), ma il motore immobile che permea l'intera trama: un filo rosso che accompagna i tormentati "Caino" del romanzo – prima Charles e poi il nipote Cal – lungo tutta la loro dolorosa odissea, ricordando costantemente che il sangue ereditato non è un destino biologico ineluttabile, ma una perenne chiamata al libero arbitrio e alla responsabilità della scelta.
Tutti questi elementi rendono East of Eden uno dei ritratti più spietati della condizione umana mai scritti. È raro leggendo un libro, e avendo dunque la possibilità di determinare la velocità di lettura, provare una sensazione di vertigine, di asfissia, come in questo caso. La lettura dell’epopea di Steinbeck non può lasciare indifferenti, perché la chiave biblica permea ogni aspetto della nostra esistenza e si traduce in un’esperienza perturbante oltre i confini della carta.

La nuova riduzione seriale di Netflix, pur trovandosi al cospetto parimenti della penna di Steinbeck come della cinepresa di Elia Kazan, riesce nell’impresa di interpretare timshel nella sua forma più pura.
Creata da Zoe Kazan (nipote del regista che diresse James Dean), la miniserie compie scelte strutturali coraggiose che deviano dalle pagine del libro: la sceneggiatura decide infatti di sacrificare la ramificazione della famiglia Hamilton in favore di una struttura multistrato che mette al centro dello schermo la figura di Cathy Ames. Ma se questo stravolgimento può far storcere il naso ai puristi, la serie rende contemporaneamente il più grande onore a Steinbeck restituendo a timshel tutta la sua dignità concettuale: esplorando il passato traumatico di Cathy senza tuttavia alleggerirne la spietata natura finale, la narrazione non la dipinge più come un mostro astratto nato dal nulla, ma come una donna che ha tragicamente scelto la via del male a ogni singolo bivio della sua esistenza.

A coronamento di questa operazione si staglia l’interpretazione di Florence Pugh, che raccoglie l'eredità di un personaggio storicamente bidimensionale e ne fa il vero centro gravitazionale della serie. Questa scelta di rafforzare il background di Cathy, disseminando traumi reali e abusi subiti nell'infanzia per spiegare la genesi della sua furia, è perfettamente figlia dei nostri tempi: risponde alla necessità contemporanea di restituire autodeterminazione e dignità psicologica alla figura femminile, trasformandola da archetipo del male inspiegabile (molto anni ‘50) a creatura tragicamente umana che cerca disperatamente il controllo assoluto sul proprio corpo e sul proprio destino in un mondo violentemente misogino. In questo modo, l'opera televisiva trasforma l'ultimo episodio nel perfetto compimento filosofico del racconto, dove il perdono risuona non come una formula magica, ma come la dolorosa, lucida e universale conferma che l'uomo non è mai schiavo del proprio sangue.

In fondo, da quando Dio ha rifiutato quel piatto di verdure preferendo la grigliata di Abele, non abbiamo fatto un solo passo fuori dalla terra di Nod. Siamo ancora tutti lì, fermi a est dell'Eden, a litigare con lo stesso identico senso di colpa e a cercare di capire se siamo nati storti o se abbiamo soltanto scelto la strada peggiore.
Il capolavoro di Steinbeck – che Mondadori voleva ridurre a una gita fuori porta in California e che Netflix ha perspicacemente trasformato in un noir psicologico incentrato su Cathy – ci ricorda che l'unica cosa che ci separa dal diventare mostri non è una promessa divina né un ordine imposto dall'alto. È la vertigine di una scelta che spetta esclusivamente a noi. Il marchio lo portiamo tutti, la fiera è ancora accovacciata alla porta e ha fame, sempre lo rimarrà; ma la penna, per fortuna, ce l'ha ancora in mano Caino. Timshel.

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Liberi… Liberi (il caso Rohwedder)