Abbiamo pagato!
È una partita rovinosa. Sebbene già scritta.
Ruud-Darderi, semifinale degli Internazionali di Roma. Il norvegese gentile sta facendo a pezzettini la nostra rivelazione oriunda. Secondo break, secondo set, siamo sul 5-1. Serve Darderi per difendere la dignità. Non era chiaramente maturo per questa partita. Un fuoco di paglia forse no, ma adesso sembra non vedere l’ora che la partita finisca. Il pubblico però - sebbene umidiccio per le continue schiarite - non manca di mostrargli un caldo supporto. Ha la faccia da bravo ragazzo Darderi, a tratti pure troppo per giocare a quel livello, e i lineamenti sono quelli dello scugnizzo, senza il bisogno di sfogliare la biografia.
Insomma, siamo alle tristi battute finali di una debacle annunciata. Perfino Ruud sembra non avere alcuna intenzione di infierire.
Darderi sullo 0-30 butta nuovamente la palla in rete. Il giudice di sedia aggiorna il punteggio e, un attimo più tardi, dagli spalti si sente lamentare a pieni polmoni: “Abbiamo pagato!”
Il pubblico immediatamente fischia all’indirizzo del coglione. “Lucio! Lucio!” intonano dagli spalti con verve calcistica. Darderi gongola per il supporto. Si gira verso l’involuto e con gesto beffardo gli porge simbolicamente la racchetta: “Se sai fare meglio tu…” sembra dirgli. Una scenetta già vista, resa celebre dal serbo Viktor Troicki durante gli ottavi di finale contro Djokovic a Wimbledon, nel 2012. Un altro bontempone (certamente più elegante del coatto di oggi) grida a Troicki, sotto di due set: “Servi sul suo rovescio, Viktor!" e Viktor gli offre divertito la racchetta. Poi serve sul rovescio come da suggerimento e si porta a casa il game. Ma non è questo il punto.
Il punto è la cultura calcistica che infesta tutto, perché tutto allo stadio è lecito e al tifoso tutto è dovuto. Perché il tifoso non è uno sportivo “e ha pagato” per venire intrattenuto nel suo pomeriggio di sfogo. Nessun appassionato di tennis griderebbe mai una cosa del genere all’indirizzo di una giovane rivelazione del torneo. Nessun appassionato di tennis griderebbe mai una cosa del genere PUNTO. Ma siamo a Roma. E sarebbe bello poter dire che sarebbe potuto accadere ovunque. E forse è vero. Ma nessuno si sente libero quanto un romano di comportarsi da buzzurro. Di vivere la propria sciatta miseria con tanta spensieratezza. Quello no, quello è un prerequisito squisitamente capitolino.
Perché comunque parliamo della città (e del Paese) che si sta scannando da giorni sulla corrispondenza tra la finale di domenica e il derby. Indignazione che si spreca per l’orario in cui disputare una partita di calcio. D’altronde hanno pagato, vorrai mica deluderli.
Ve possino.
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