Altrimenti non si spiega

Uno champignon, un tappo di sughero, una ghianda, un ditale, il pomo di una maniglia, il tappo di un profumo, il cappuccio di una penna, una candela corta, un rossetto, un tappo di bottiglia, una saponetta da hotel, un pedone degli scacchi, una provetta.

Quanto piccolo deve essere il pene del presidente degli Stati Uniti d’America? Come un gessetto rotto? Come una noce moscata, come un timbro, un tassello del LEGO, una capsula di caffè, un bullone, un rullino?
Mi scervello, ma fatico a immaginare quanto debba essere ridicolo, grottesco, umiliante per lui avere quel fungo tra le gambe e al tempo stesso dover ricoprire un ruolo tanto importante.
Quanto deve essere insopportabile, per un narcisista patologico, sapere che la vista del suo microscopico membro non possa suscitare altro che ilarità in chiunque malauguratamente vi si imbatta.

Quanto deve essere striminzito, impercettibile, patetico il pisello della più alta carica di uno dei Paesi più ricchi e influenti del pianeta, da convincerlo a scrivere al Primo Ministro norvegese questa frase:
“Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato più di otto guerre, non mi sento più obbligato a pensare alla Pace.”

Devi essere stupido come il pane raffermo, è chiaro, insensibile come un palo della luce, ma è evidente che non basti: il tuo fallo deve per forza possedere forma e dimensioni di una graffetta, o di un francobollo, una batteria scarica, un post-it, una gomma da masticare. Altrimenti non si spiega.
E se anche si spiegasse, sarebbe giusto che quell’omuncolo presto finisse a concimare i verdi pascoli di Arlington, liberando il mondo del fardello intollerabile del suo irrisorio ravanello. Prima che questa faccenda grottesca si trasformi in una catastrofe globale.

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