Archivio d’infanzia

Ieri era il compleanno di Paul Auster. Avrebbe compiuto 79 anni. Ce lo ha ricordato sua moglie, Siri Hustvedt, con una bella foto del compagno da ragazzo. Auster era un uomo bellissimo. Elegante, dai tratti austeri e al contempo gentili. Gli occhi grandi da rapace notturno, il sorriso, spesso soltanto abbozzato in fotografia, di un bambino che confessa una marachella. Quanto garbo ha perso la letteratura con la sua scomparsa: i suoi romanzi erano un monumento alla cortesia, sin dalla costruzione dei periodi. I suoi personaggi un monumento all'affabilità, anche quando si rivelassero spietati. Perchè la scrittura di Auster dimostrava sempre una verità di fondo, universale e semplice: tutti nascono bambini. Nessun personaggio, mai, prescinde dai suoi tratti più profondamente fanciulleschi. I sogni di bimbo, i timori di bimbo, le gioie e i dispiaceri di bimbo. Ogni loro azione è tracciabile lungo fili  invisibili che riconducono a un momento di innocenza, di insondabile candore. Auster ne faceva poi il compito della scrittura, quello di ricostruirne le caratteristiche acquisite e quelle smarrite: un lavoro di archivio, prima che narrativo. 

È difficile trovare eredi a questo straordinario autore, che non ha mai fatto della complessità, ma della purezza, la propria cifra. Ed è la semplicità la perla più rara in questo momento complesso. Non torneranno i Borges, nè i De Lillo, nè i Foster Wallace, è vero. Eppure quanto bisogno c’è, oggi più che mai, di trovare le spiegazioni più semplici alle questioni più complesse nella pietra grezza dell’infanzia. A credere che un mondo migliore germoglierà soltanto dallo sguardo di un bimbo, piuttosto che dalle logiche di politica e profitto. 
Che vuoto certi autori riescono a scarnire, nell’abisso di tutte le pagine che non scriveranno più. 

parole: 284

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Jeffrey Ebbasta