Ben ci sta

Il Super Bowl di quest’anno ha avuto uno spettacolo di intervallo d’eccezione. Una delizia scenografica e tecnica che fa impallidire qualsiasi tubetto di tempera fluttuante e inni nazionali in playback. La musica poi é quella roba lì, che ci vuoi fare, pazienza. Ma l’impianto spettacolare e il significato politico lo renderanno un benchmark per le edizioni a venire.

Chi invece mi sembra abbia mancato completamente le aspettative, é la pubblicità. Per gli addetti al settore non c’è appuntamento più rilevate di questo per fissare un’asticella qualitativa a livello globale.

Eppure mi pare una delle prime edizioni in cui non solo siano mancati spot dalla creatività forte, ma soprattutto che abbiano mantenuto l’aspettativa rispetto ai budget: lo spotlight del Super Bowl ha tradizionalmente rappresentato il momento per eccellenza in cui far brillare milioni di dollari di produzioni spettacolari, che mostrassero i muscoli dei brand come altrimenti non osano durante altre occasioni commerciali durante l’anno.

Il 2026 invece, sbaglierò, ma credo segnerà il momento in cui una manciata di brand hanno scelto di spendere otto milioni di dollari per trenta secondi di ordinarietà, di cessi cantanti e di gaggine da discount.

Fino a un paio di anni fa con una sola edizione del Super Bowl ci montavo il palinsesto per un semestre di lezioni in università. Con i film di quest’anno davvero non saprei cosa raccontarci, se non un settore in declino - intimorito dall’intelligenza artificiale - e brand paralizzati dalle incertezze dei mercati globali.

La pubblicità, di per sé al tramonto, se perde l’occasione di brillare ancora per astuzia e per il suo valore artistico in poche ricorrenze annuali, si appiattisce sugli standard di TikTok e si rivela per quello che infondo è sempre stata: un artificio di vendita.

Al crepuscolo del sistema occidentale per come lo abbiamo sempre conosciuto, non poteva che far seguito la prima crepa nella sua facciata più evidente: così povera, fragile e terribilmente noiosa.

Un’opportunità mancata che non può non essere letta come il frutto di un tempo sciatto e rassegnato.

Abbassando gli standard di quella che chiamiamo “arte promozionale”, poco resta da promettere rispetto a una merce ormai misera, laddove neanche più il grande budget può mascherare una povertà tragica del prodotto che si propone di vendere.

Per noi che di questo settore facciamo stancamente parte, si tratta di un segnale che ha il sapore della sconfitta. E infondo, ben ci sta.

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