Turbolenze
L’aereo è un luogo di impotenza. Pari soltanto a un chirurgo, deputiamo a un pilota per un tempo circoscritto il nostro destino. Dal momento del decollo la nostra vita rimane sospesa in un limbo di soggezione che passa dalle nostre mani a quelle del caso. A poco valgono le statistiche sugli incidenti in relazione ad altri mezzi di trasporto: un viaggio in automobile può arrestarsi a ogni piazzale di sosta, la corsa di un treno può venire interrotta in qualsiasi momento. Cadere non è la questione. È il mandato irrevocabile di vita o di morte a uno sconosciuto. Di più: alle condizioni meteorologiche, alla costituzione di una gabbia di metallo e plastica, alla combinazione di fattori umani e non che possono decretarne il fallimento in allineamenti arbitrari.
E se anche la questione non dovesse scuoterci, c’è un evento capace di far riaffiorare in un istante l'eventualità di avere commesso un avanzo di fiducia: la turbolenza. La turbolenza è uno scossone, più o meno prolungato, che ci ricorda dove siamo. Cioè in cielo, esercitando un'attivitá per la quale la nostra specie non è stata concepita, e qualsiasi cosa accada, a prescindere da qualsiasi effetto della nostra volontà, noi siamo impotenti. Siamo alla mercè degli eventi, senza alcuna facoltà di incidervi. Senza alcuna licenza di appello. La turbolenza è un sussulto della coscienza che ci riporta con immediatezza al nostro presente. Con uno schiaffo ci costringe al qui e ora, perchè durante una turbolenza non c’é prima e non c’è dopo: c’è la sopravvivenza. Un istinto dal quale la nostra molle esistenza occidentale ci ha dispensati. La turbolenza in aereo è la più repentina ed estrema via alla consapevolezza della specie.
Szalay, mediante un breve quanto spettacolare gioco di prestigio, ci trasporta da un destino all’altro, in un viaggio che abbraccia il globo. Di volo in volo, di turbolenza in turbolenza, in una danza fuori e dentro la metafora.
Quali sono davvero i momenti in cui perdiamo qualsiasi controllo sulla nostra vita? I dodici personaggi di “Turbolenza” si accalcano intorno alla risposta, regalandoci uno sguardo intimo sui momenti più delicati delle loro esistenze. I momenti in cui, come per i piloti della Formula 1, perso il controllo della vettura, non resta che levare le mani dai comandi e prepararsi all’impatto.
Pietrificato dal volo, “Turbolenza” mi ha attirato come la mosca al miele, strizzandomi come uno straccio a ogni pagina, sia dove la metafora è assente, sia nei momenti in cui la turbolenza è allegorica. Perchè si è anche impotenti di fronte alla malattia, certo, ma pure di fronte alla genitorialità. Si è impotenti nel non venire più desiderati. Nel guardarsi una mattina allo specchio e realizzare il tempo smarrito.
Non serve dunque temere l’aereo per comprendere il messaggio profondo di questo libro perfido. Basta essersi sentiti impotenti, ameno una volta, nel maremoto dell’esistenza. O forse basta soltanto essere stati bambini. Tornare a quel primo momento in cui la rete di sicurezza ha mostrato la sua prima smagliatura, e siamo stati proiettati alla velocitá della luce nell’adolescenza.
Non ho ancora letto “Nella Carne”. Per ora mi è bastato leggere la sinossi che Adelphi ne ha redatto per capire che quello che Szalay ha abbozzato in “Turbolenza”, lo ha affrescato sei anni più tardi nel romanzo che ha trionfato al più recente Booker Prize.
[...] la sua è la parabola di un uomo in balìa di forze che non è in grado di controllare […]
Come ogni grande romanzo, come ogni grande autore, anche “Turbolenza" e Szalay hanno centrato il cuore di un messaggio universale. Con estrema precisione e spietatezza.
E se al prossimo volo ripenserò a questo libro, temendolo, vorrà dire che non sarò stato in grado di coglierne il più profondo messaggio di speranza: non serve avere il culo a diecimila metri di altezza avvolto in una supposta di metallo, per temere l’imprevisto. L’imprevisto siamo noi.
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