Il sapore della ciliegia
Kiarostami aveva l’idea più bella di cinema. La più bella.
“Un film deve restare incompleto senza lo spettatore”. Il film è una partitura muta che prende vita solo quando la sensibilità dello spettatore la esegue, trasformando immagini e suoni in un'esperienza di senso compiuta.
Non si può catalogare un’idea così.
Per questo ha intitolato il suo capolavoro “Il Sapore Della Ciliegia” (1997), ma poi nel film si fa riferimento soltanto ai gelsi. Perché il frutto, in definitiva, non ha alcuna importanza. Importa la percezione dello spettatore. Il sapore della ciliegia evoca il piacere minimo della vita, il motivo per il quale vale la pena di restare. Il gelso invece è molto più comune in Iran: rappresenta il quotidiano, la realtà.
Kiarostami si infila lì nel mezzo, tra simbolo e concretezza, con questa idea di cinema poetica e al tempo stesso solidissima.
Un uomo percorre in auto i margini di Teheran. Attraversa strade secondarie, si ferma, parla con sconosciuti incontrati per caso. A un paio tra loro chiede di seppellirlo, l’indomani all’alba. Il regime religioso infatti non concede la sepoltura a chi si toglie la vita e l’uomo cerca qualcuno disposto a compiere per lui quell’ultimo gesto. Il suo viaggio è privo di enfasi, scandito da incontri brevi e da lunghi silenzi.
Tra questi incontri ce n’è uno decisivo. Un vecchio turco racconta di quando aveva deciso a sua volta, in gioventù, di togliersi la vita. Non fu un ragionamento, né una rivelazione improvvisa, a fermarlo. Fu un sapore, alcuni frutti raccolti da un albero. Un piacere minimo, che bastò a interrompere l’idea della morte. In quell’istante la vita non si è spiegata, non si è giustificata: si è mostrata.
In qualche modo è esattamente ciò che cerca il cinema di Kiarostami. Creare lo spazio in cui qualcosa può accadere dentro chi guarda. Le sue immagini non chiudono, non risolvono, non indicano: aspettano. Restano sospese. È lo spettatore a completarle, a farle vibrare, a sentire la vita in quel piccolo spazio tra una frase e un gesto.
"Il Sapore della ciliegia" è il punto più chiaro di questa idea. Non è una storia sulla vita o sulla morte, ma un’esperienza minima che può farla vibrare. Una ciliegia offerta senza istruzioni, senza retorica, senza promessa. Un gesto minuscolo che può bastare. Tra lo stare e l’andarsene.
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