Capitolo 10.3 (La Frontiera)
Dopo l’inverno dell’89 - un anno come molti altri per i Dorn - le terre desolate dell’Uckermark, altrimenti desolate, videro transitare orde di persone da est a ovest e da ovest a est. Il ragazzo li trovava accampati nel bosco di faggi, un’isola ombreggiata in mezzo ai campi di frumento. All’inizio erano come lui, come le persone del posto. Certo, avevano gli occhi più sottili, le guance più rubizze e i volti più squadrati, ma anche le stesse spalle incurvate dal lavoro nei campi e i capelli scottati dal sole. Famiglie in transito verso ovest, le più fortunate a bordo di vecchi furgoni scassati, altre invece a piedi scalzi e con tutte le loro cose in spalla.
Poi il bosco di faggi cominciò a ospitare gente come il ragazzo non ne aveva mai vista. La prima volta li scambiò per le ombre dei faggi, sfarfallanti nel riflesso di una luna impazzita. Neri come tizzoni, le sclere luccicanti scavate nel fondo di volti senza sostanza. Alla luce del mattino scoprì che non erano poi tanto scuri, ma quella pelle olivastra e quei capelli scuri e ricci bastavano a colpire il ragazzo come se avesse incontrato degli alieni.
A differenza dei polacchi e dei cecoslovacchi, questi non erano di passaggio. Gli uomini bussavano al portonaccio rosso dei Dorn con il cappello in mano e chiedevano lavoro stagionale in cambio di vitto e alloggio per la famiglia. I Dorn, che non si erano mai potuti permettere di pagare manodopera extra, accettavano di buon grado e così, per qualche stagione, il fienile echeggiò di lingue mai udite prima, regalando al Bauernhof una vitalità come non ne aveva ancora conosciuta. Tutti ne giovavano. Gli ospiti scoppiavano di gratitudine per quel lavoro massacrante, mentre i Dorn raggiungevano una produttività che non si sarebbero mai potuti sognare soltanto pochi anni prima. I ragazzi, pur non comprendendosi, imparavano nuovi giochi, mentre le donne trovavano nel linguaggio dei segni un modo per lamentarsi dei mariti.
Poi, dopo alcune settimane, gli ospiti passavano oltre. E subito venivano rimpiazzati da altri in arrivo. Come in una catena di montaggio silenziosa, i migranti bussavano, piantavano, falciavano, raccoglievano, venivano pagati e si spostavano. Sempre senza troppi convenevoli, lasciavano il fienile deserto dalla sera alla mattina, sempre in ordine, sempre senza lasciare tracce.
Poi a un tratto, in quel via vai di lingue, di volti, di lavoro e di inaspettata prosperità, la vita dei Dorn venne scossa con violenza ben maggiore di un sottile muro preso a picconate, quando Geske si ammalò. Dapprima la perdita di peso, gli occhi gialli come quelli di un gatto, i dolori al ventre; poi la spossatezza, l’equilibrio, la memoria. Ed è durante quei giorni, sospesi tra lo spavento e il dolore di Emmanuel e del ragazzo, che una notte sentirono ancora bussare alla porta.
Bagnato fradicio e infreddolito sotto la pioggia battente d’autunno, era apparso a padre e figlio sulla soglia poco più che bambino, tremante e solitario, il riflesso di ogni tristezza: emaciato cadde ai loro piedi, sul posto.
Era coetaneo del giovane Dorn e in principio di lui riuscirono a scoprire soltanto il nome, stonato alle loro orecchie come un piatto rotto: Yasin. Impiegò due giorni per riprendersi, quattro per alzarsi, sette per correre. Poi cominciò a lavorare, instancabile, a fianco del ragazzo. Insieme si occupavano delle bestie, riparavano il recinto, tosavano le pecore, facevano le conserve. Esauriti i compiti, il ragazzo insegnava a Yasin a cavalcare e a sparare nel padule con il fucile di Emmanuel Dorn. Prima i barattoli, poi le bottiglie, infine le martore e i caprioli. Yasin sembrava possedere un talento innato e una mira infallibile che il ragazzo ammirava e invidiava molto.
Le stagioni passavano e Yasin restava. Intanto, mentre la loro amicizia cresceva, Geske svaniva, fino a quando di lei non rimase più che una misera carcassa, tirata sul materasso come uno straccio bagnato.
(continua)
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