Capitolo 10.4 (La Frontiera)

Il giorno della sua morte, la piccola comunità rurale si strinse intorno ai Dorn. Alla veglia si presentarono gli agricoltori limitrofi e alcune nuove famiglie che si erano trasferite nella zona dopo la Wende. Dacché Emmanuel non aveva mai nutrito grande simpatia per quei tizi strampalati che giravano sempre scalzi, che si atteggiavano più a voyeur bucolici che a veri e propri agricoltori, con i loro vestiti dai colori sgargianti e i fiori nei capelli, rimase però colpito dall’affetto sincero che gli offrirono per la perdita della sua Geske.
I vicini non tardarono ad allungare le loro visite, trasformando la condoglianza in presenza fissa, poi in abitudine, e infine in una sorta di quieta tutela. Arrivavano a metà pomeriggio, quando la luce cominciava a farsi tagliente sulle tegole del fienile, portando cesti di pane nero pesante come pietra e bottiglie dal vetro scuro, prive di etichetta. Emmanuel le accettava con un cenno stanco, lasciandole sul tavolo della cucina dove il profumo di Geske ancora aleggiava in ogni cosa.
Fu durante quei crepuscoli lunghi, passati a chiacchierare sul ballatoio mentre la nebbia saliva dai fossi, che i discorsi progressivamente mutarono di tono. All’inizio Emmanuel e i nuovi vicini parlavano della terra, dei confini che si slabbrano quando nessuno li custodisce, del sangue antico di quella piana che non aveva mai visto - né chiesto - estranei. Parole vaghe in principio, sussurrate con la stessa lentezza con cui si munge una vacca difficile. Poi le frasi si fecero più fitte, i contorni più netti. I nuovi vicini parlavano di radici profonde, di una stirpe che doveva restare pura per non marcire come i frutti caduti nel fango. Emmanuel ascoltava e beveva avidamente quell’alcol denso, che invece di annebbiargli i pensieri, li lasciava filtrare come semi nella terra arata. Annuiva, senza quasi accorgersene, perché gli sembrava che qualcuno, finalmente, stesse dando un nome alla sua fatica e alla sua rabbia.

Nel giro di pochi mesi, la casa dei Dorn divenne il centro di quella nuova gravitazione. Yasin, che aveva fin lì trovato sotto quel tetto l’unica casa che avesse mai conosciuto, avvertì presto gli sguardi degli altri contadini, dapprima indifferenti, poi crescentemente taglienti. Quando passava per il soggiorno o faceva il suo ingresso in casa dopo una battuta di caccia, i discorsi si facevano sussurrati e poi, poco a poco, sprezzanti. Il giovane Dorn, in tutto questo, osservava senza capire, sopraffatto dai cambiamenti, ancora schiacciato dal dolore per la perdita della madre. Vedeva il padre sprofondare in un odio che fino ad allora non gli aveva mai conosciuto, mentre in Yasin qualcosa rapidamente cambiava. L’indole timida e riservata, la natura buona e generosa, lasciarono spazio a un lessico nuovo, mutuato proprio da quei sussurri che accompagnavano il suo passaggio. Per non franare, Yasin fece la sola cosa che la sua paura gli suggerì: cominciò ad anticiparli.
Fece proprio quel verbo greve e rozzo prima ancora che gli altri lo pronunciassero a voce alta. Scendeva nei campi con Emmanuel e, mentre lavoravano fianco a fianco, era lui per primo a rincarare la dose, a sputare giudizi più aspri, a indicare i forestieri come la radice di ogni rovina. Diventò il più zelante dei convertiti, una lama affilata mossa dal terrore di essere scartato. Emmanuel, ormai svuotato da ogni resistenza e nutrito solo da quel furore condiviso, pendeva dalle sue labbra. In quella cucina isolata, i due uomini avevano edificato un piccolo regno chiuso, fatto di rancore e disprezzo, un blocco impenetrabile che non tollerava incertezze.


(continua)
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