Capitolo 10.5 (La Frontiera)
Il giovane Dorn, invece, rimase del tutto estraneo a quella febbre, scansandone il contagio con distacco e riluttanza. Per lui la terra continuava ad essere fatica e silenzio, non un vessillo da sventolare o un dogma da difendere. A un tratto, l’aria di quella casa gli parve irrespirabile. Aveva bisogno di cambiare aria, ma non era pronto ad affrontare quel padre ormai così diverso da quello che aveva conosciuto durante la sua infanzia, così una mattina sellò il suo cavallo, chiuse la porta dietro di sé e se ne andò, lasciandosi alle spalle il recinto di legno e il mondo chiuso dei Dorn. Andò alla scoperta della frontiera, fermandosi a lavorare quando aveva bisogno di soldi o quando gli piaceva il paesaggio, come facevano quegli spiriti che si avvicendavano nel fienile dei Dorn, cavalcando invece quando gli sembrava che fosse il tempo di andare. Altre volte rimaneva solo da qualche parte, anche per giorni, a guardare il cielo. Imparò dei mestieri, imparò le persone, imparò i posti, vide le città e i paesi, le fabbriche e gli uffici, mangiò in un ristorante e salì sul treno, ma scese subito. Si innamorò di un ragazzo, sistemarono una vecchia casa sulla collina, ci vissero per un po’. Allevavano bestiame.
Venne però il tempo di rimettersi in cammino. Il ragazzo, ormai uomo, non avrebbe nemmeno saputo dire perché, né quanto tempo fosse trascorso dalla sua partenza. La fattoria lo attrasse a sé con inspiegabile nostalgia. Il ragazzo, ormai uomo, trovò il paesaggio mutato. Sin dal viale sterrato, il vecchio Bauernhof di Feldstein appariva diverso, quasi estraneo, la terra non profumava più e il bosco di faggi era decimato. I tetti erano curvi di un abbandono recente, le stalle vuote di bestiame. Sulla porta principale non c’era più il battente con la testa di mucca, ma un cognome che il ragazzo, ormai uomo, non conosceva.
Bussò e chiese di Emmanuel e di Yasin.
Suo padre era mancato molti mesi prima, colpito dal calcio di un cavallo che stava ferrando. Se non se lo fossero portato via le emorragie, ci avrebbe comunque pensato il fegato consumato dall’alcol. O la rabbia.
Yasin, l'ombra fedele e feroce che gli era rimasta accanto fino all’ultimo giorno, era svanito nel nulla proprio allora, dileguato il pomeriggio stesso della morte di Emmanuel, senza lasciare tracce. Sulla terra della piana, le impronte di chi fugge durano quanto il gelo di marzo. E con la morte di Emmanuel fu come se Yasin non l’avesse mai nemmeno calpestata. Restavano solamente i campi, indifferenti e sterili.
Avrebbe potuto fermarsi lì, reclamare un pezzo di terra, un’eredità. Ma quella terra chiedeva di venire lasciata in pace. Recuperò soltanto la sua vecchia sella nel fienile. Cercò il fucile del padre, ma non lo trovò, il nuovo proprietario suggerì che potesse averlo voluto con sé sotto terra. Si rimise in cammino.
(continua)
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