Capitolo 10.6 (La Frontiera)

Decise di cercare Yasin. Per non lasciare in sospeso i non detti, per chiudere il cerchio, per capire come un pezzo di sé fosse finito a ingrossare le fila di quel nulla che aveva avvelenato la sua vita e il Bauernhof. Ma nessuno sapeva niente. Avrebbe potuto lasciar andare, cominciare una nuova vita, e per un breve periodo ci provò pure, ma il tarlo non lo abbandonava e così si mise sulle sue tracce: certi nodi, quando non li sciogli, finiscono per strangolarti nel sonno.
Quella che nacque come una ricerca, presto si trasformò in una vera e propria caccia, una battuta lunga e cieca. Come spesso accade in quella parte di Germania, le piste migliori le trovò nelle Kneipen, dove le lingue erano sciolte e il bisogno di raccontare atavico. Quei frammenti di verità, estorti in principio con la chiacchiera, lo condussero presto in luoghi sempre più bui e isolati, e ottenerle richiese metodi sempre più coercitivi e subdoli. Per l’uomo la ricerca del fratello divenne un’ossessione, una droga.
Dopo mesi di lavoro incessante, tutti gli indizi convergevano verso lo stesso punto: un’organizzazione di estrema destra extra-parlamentare e paramilitare chiamata Freier Arbeitskreis Nord. L’uomo aveva provato a infiltrarsi tra le sue schiere, ma invano. Non conosceva a sufficienza i codici, il linguaggio. Di più: aveva lottato tanto e a lungo per mantenersene a distanza che ora sembrava impermeabile perfino a indossarne i panni anche soltanto per uno scopo e un tempo circoscritti.  

Ogni volta che si avvicinava all’Arbeitskreis, quando si trovava a un passo da quel nucleo violento, il nome del fratello svaniva nell’aria, dissolvendosi contro un muro impalpabile. Quella gente violenta e astiosa si nutriva sistematicamente del marciume lasciato scoperto da chi non aveva radici. Era chiaro come fossero riusciti a maneggiare Yasin: avevano preso la sua rabbia, quella sua necessità viscerale di appartenere, e l'avevano temprata nel metallo. Avevano fatto della sua paura un’arma, del suo bisogno di purezza un dogma. Ma allora Yasin, dov’era?
La risposta arrivò soltanto ricorrendo alla ferocia e dando fondo alla disperazione. Successe interrogando la ragazza di nome Tabea Weiss, legata a doppio filo ai piani alti dell’Arbeitskreis. Il sesto senso dell’uomo gli diceva che rimaneva poco tempo se voleva trovare il fratello, dunque ricorse ai metodi meno ortodossi che potesse concepire. L'aveva chiusa in una stanza dove il tempo non passava, dove il silenzio delle pareti era più pesante di qualsiasi urlo. Tabea aveva tremato, aveva provato a resistere, ma alla fine aveva ceduto. Sputò infine quel nome con rabbia, come se volesse levarselo di dosso.
La rivelazione colse l’uomo come uno schiaffo in pieno volto. È vero, aveva dunque cambiato cognome (Dorn - l’unico che possedeva), ma aveva mantenuto il nome. L’uomo aveva scartato quell’opzione con tanta convinzione da non accorgersi che suo fratello era da mesi tutto intorno a lui, appeso ai lampioni, riflesso sui vetri dei notiziari, appiccicato sugli spazi pubblicitari del metrò, sulle prime pagine dei quotidiani berlinesi. Il suo sguardo era ancora lo stesso di quella prima notte, quando affamato e sfibrato, era svenuto sulla soglia del Bauernhof, ma il sorriso adesso era ostentato, mentre gli occhi ridotti a due fessure tradivano un guizzo rabbioso. Una parte di lui, quando la Weiss fece il suo nome, avrebbe voluto non sentirlo nominare mai.

(continua)
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