Capitolo 11.3
Costretto a sollevare gli zoccoli fino al petto, con la neve che gli accarezza l’addome, il frisone si fa largo nella bufera soffiando condensa dalle narici come un drago. I bambini ammutoliscono rivolgendo gli sguardi attoniti verso l’esterno, non meno degli educatori. Ma è quando in sella all’animale riconoscono la sagoma di un cowboy e, davanti a lui, le fattezze di Carlus, imbacuccato fino alla semi immobilità, che saluta contento nella loro direzione, che le bocche si schiudono e i respiri vengono trattenuti. Raggiunta la vetrina, il cowboy smonta da cavallo e poi posa Carlus sul soffice manto bianco. Il bambino, con maestria, lega le redini alla rastrelliera delle bici, come se fosse cresciuto in un ranch: mezzo giro, nodo, tesa. Raggiante lancia uno sguardo di trionfo al cowboy, che gli riconosce un saluto con le solite due dita al cappello. Quasi nessuno fa caso a Descaves, che rosso di imbarazzo compare alle loro spalle e accompagna il figlio all’ingresso, rivolgendo un breve cenno agli educatori stralunati.
Nel guardaroba Lucien finisce di cambiare Carlus. Appende giacca e pantaloni impermeabili e gli calza due ciabattine comode. Poi si accovaccia di fronte a lui e lo guarda a lungo negli occhi, tenendogli una mano. “Oggi ti viene a prendere la mamma, te lo ricordi?” Carlus annuisce. “Choupinou,” comincia “c’é una possibilità che tu non veda papà per qualche giorno.” Carlus lo guarda con aria interrogativa. “Non ti devi preoccupare di niente, te lo volevo solo dire. Papà e Un Cowboy devono fare una cosa e solo non so quanto ci vorrà. Ma torno sempre, lo sai. Okay?” Carlus annuisce, un po’ incerto. “Va bene. Allora dammi un bell’abbraccio.” Il bambino lancia le braccia intorno al collo di Lucien, stringendolo tanto forte da stupire anche il padre per quell’inaspettato vigore. “Papà torna sempre,” gli ripete, ma poi sente che non aggiungere altro. Rimangono così un po’ e in cuor suo Lucien vorrebbe che il tempo si fermasse per sempre. Ma il tempo non si ferma e l’abbraccio si slaccia. “D’accordo. Allora vai,” dice e gli assesta una piccola pacca sul culetto in direzione della sala con gli altri bimbi che muti sbirciano da dietro lo stipite. Carlus si incammina e Lucien si rialza, allacciandosi il giaccone e rivolgendo un ultimo sguardo in direzione del figlio. Poi, mentre ha già una mano sul pomello della porta d’ingresso, sente giungere alle sue spalle una voce che non ha mai udito, stridula ma decisa, come uno squillo di tromba scordata. Lucien si pietrifica e sbalordito si volta.
“Sceriffo!” gli grida Carlus dal fondo del corridoio. E “Sceriffo!” ripete trionfante, stupito egli stesso del suono della sua voce. Lucien gli sorride e gli occhi si riempiono di lacrime. Carlus si porta due dita alla fronte. Lucien imita il suo gesto. Così, con un cenno, i due si salutano e vanno incontro al loro destino.
(continua)
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