Capitolo 11.4

La tormenta avanza dal nord come un respiro del Baltico e s’infrange su Berlino con calma ostinata. Il Reichstag emerge dalla neve come un relitto di vetro e di pietra: la cupola di Norman Foster è opaca, lattiginosa, e trattiene la luce del mattino come un faro in avaria. Sulla Spree il ghiaccio si è spezzato in lastre grigie che si urtano lentamente, come croste terrestri, producendo quel suono secco e cavernoso che solo i fiumi del nord conoscono. Sul Platz der Republik la neve, battuta da centinaia di passi, è diventata una distesa liscia; una scolaresca in visita al parlamento se ne è impadronita con l’energia di chi sa trasformare ogni spazio in un campo di gioco. 

Dietro di loro, oltre il ponte ferroviario, la vetrata del Hauptbahnhof appare come una lanterna nella bufera, e i pochi treni che entrano ed escono dalla stazione lasciano filtrare brevi strisce intermittenti di luce tra i fiocchi. A ovest, il Paul-Löbe-Haus si allunga sul fiume con le sue colonne bianche come un’astronave, sospesa sopra quello che un tempo era l’Alsenviertel, il quartiere elegante cancellato prima dai bombardamenti e poi dal Muro, quando qui correva la striscia d’erba del confine. Ora lo Spreebogenpark dorme sotto la neve, e nessuno penserebbe che per decenni questo sia stato un vuoto nel cuore della città. Berlino costruisce sopra le proprie assenze con la stessa naturalezza con cui la neve ricopre le impronte del passato.

Intorno al Reichstag la bufera sembra ridurre il paesaggio alle sue linee essenziali. Le quattro torri agli angoli del Reichstag affiorano massicce attraverso la caduta uniforme dei fiocchi, e per un momento l’edificio appare come nel 1894: il parlamento di un impero giovane e ambizioso. Sotto la patina opaca dell’inverno invece, si intuisce ancora l’annerimento irregolare di alcune pietre, memoria remota dell’incendio del 1933, quando le fiamme illuminarono la cupola originale nella notte più per la Germania. Dietro quelle mura restano anche le scritte lasciate nel 1945 dai soldati sovietici: nomi, città lontane, date incise da mani stanche dopo la battaglia, conservate sotto il vetro per mantenere leggibile la furia della Storia. Il Reichstag, progettato un tempo per dominare lo spazio, ora sembra quasi dissolversi nel paesaggio candido e uniforme della città.
La neve si posa con la pazienza di un archivista sulle linee severe dell’edificio, sui gradini larghi del portico, sulle balaustre che guardano verso il Tiergarten. Il prato del Platz der Republik diventa una superficie continua, come uno degli ottanta laghi che conta la città, dove le orme dei diplomatici lentamente si confondono e spariscono.
Anche i dettagli più piccoli acquistano una precisione inattesa. Le gigantesche bandiere davanti al parlamento si irrigidiscono nel vento, tese come baionette. I lampioni lungo la riva accendono riflessi lattiginosi in ogni fiocco, come fotogrammi di una pellicola. Un gruppo di parlamentari attraversa il piazzale a grandi falcate, i loro cappotti scuri si perdono presto nel bianco, indistinguibili alla vista dei pochi turisti smarriti.


(continua)
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