Capitolo 3.3
Quando varca le porte del Charité, Descaves si trova di fronte a uno scenario bellico. Se già farsi male in una grande città è cosa assai semplice, a Berlino è più facile farsi riaccompagnare a casa in ambulanza che in taxi. Sicuramente più economico.
Oltre alla consueta pletora di matti - e Berlino ha ridefinito la geografia della follia, spaziando dalle demenze causate dall’abuso di stupefacenti, agli squilibri da isolamento (infondo come biasimare gli abitanti di una città con la sua storia) - l’ospedale è un carnaio di fratture lussazioni contusioni escoriazioni distorsioni strappi traumi causati dai monumentali voli dei berlinesi sui marciapiedi ghiacciati. Un silenzioso coro di gemiti forma il tappeto sonoro nelle corsie, mentre dagli studi giungono le bestemmie soffocate di chi riaccoglie le articolazioni in sede. Uno dopo l’altro echeggiano contro il linoleum i nomi dei luminari che le manovre hanno escogitate: Hennepin (rotazione esterna), Kocher (trazione e rotazione), Milch (abduzione controllata), Stimson (trazione gravitazionale), Boss-Holzach-Matter (auto-trazione guidata), Cunningham (massaggio e rilassamento), Spasovski (sollevamento verticale), Matsen (trazione assistita), Mirick (pressione mirata), Allis (trazione verticale), Nelaton (pressione discendente). Eccoli gli eroi del giorno, vituperati paladini dell’ordine che ripongono ogni cosa in propria sede: chiamati ad espiare le incaute avventure dei berlinesi al supermercato, a scuola, a ritirare la pensione, in questo scivoloso inverno tedesco.
Commissario Lucien Descaves, sono qui per vedere Sven Krüger.
(continua)
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