Capitolo 3.4

Nel Bettenhaus, l’imponente monolite di ventuno piani che ospita le degenze, il commissario si muove con sicurezza. Le visite all’ospedale sono una sua specialità: non c’è niente come un interrogatorio a un degente, dove il povero diavolo ingessato intubato ricucito si trova esposto più che mai a uno stato di subalternità. Descaves sa quali tasti toccare, quando parlare dal fondo della stanza appoggiandosi contro la porta chiusa, quando invece sedersi ai piedi del letto; quando continuare a parlare servendosi della toilette a vista, quando scrutando la città tra le tende tirate.
Eppure in questo caso il commissario naviga a vista. Del malcapitato sa ancora poco o nulla e, sebbene possegga generalmente il profilo del carnefice, Krüger è pur sempre stato trascinato come un sacco di patate per mezza Berlino, acchiappato al lazo da un cowboy a cavallo. Descaves non è manco sicuro che Krüger ne sia al corrente. 

Ci abbiamo messo un po’ a catalogare cosa avesse in corpo. È emerso che il paziente, nell’arco delle ultime ventiquattro ore, è stato esposto a quello che chiamiamo un mix da sedazione “sporca”: un benzodiazepinico e un analgesico potente. Provo a spiegarglielo in questi termini: è roba che ti spegne, che ti lascia vivo ma ti toglie il mondo sotto i piedi. Unito all’ipotermia siamo arrivati a tanto così da salutare Sven Krüger. Ora ha ripreso coscienza, ma potrebbe volerci tempo perché torni completamente in sé. Io manco glielo dico – non lo affatichi. Ma ormai ci conosciamo e non mi aspetto nulla. Schiacci il pulsante quando ha finito.

Grazie Dottore.

Descaves si toglie il pesante giaccone, si ravvia i capelli ancora bagnati dalla neve e si strofina gli occhi stanchi. Poi bussa alla porta e entra.

(continua)
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