Capitolo 4.1
Che cosa è più triste di un cowboy? Oscillante in sella al suo destriero come onde sulla battigia. Solo, a cavallo tra il nuovo e il vecchio mondo. Solo, appresso al bestiame. Solo, coi suoi nodi e il tintinnio delle staffe. Solo, con tutta la frontiera sulle spalle.
Niente è più triste di un cowboy. Che non ha una voce, ma solo il fischio per radunare la mandria. Che non ha una strada da imboccare, ma soltanto le sconfinate sterpaglie del deserto. Che ha soltanto un cavallo per amico. E quando quello muore, vende le mucche per comprarsi il prossimo.
E il cavallo? Non è triste il cavallo di un cowboy? Che ha soltanto un cowboy per amico. Che gli siede in groppa e non lo capisce. Che si sorbisce le sue canzoni stonate per ore. E il puzzo delle sue scorregge. E il suo russare la notte, al bivacco, quando lui non può neanche allontanarsi di pochi metri. E la sua solitudine gli pesa sulla schiena come un’incudine.
Niente è più triste di un cowboy e il suo cavallo.
Le loro giornate sospese tra la noia e la morte. Tra la lentezza del pascolo e la rapidità di un duello. Tra le vacche e il Winchester. Sempre sul chi va là, in attesa di una .45 Colt in petto.
Entrambi di guardia alla loro solitudine, come sentinelle stanche.
In attesa di una giustizia della quale nessuno li ha incaricati. Ma di cui si sentono inspiegabilmente responsabili.
(continua)
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