Capitolo 4.5
L’appartamento è un trilocale al secondo piano di un grazioso Altbau nel cuore di Prenzlauer Berg, un palazzo dall’intonaco rosa decorato con curiose miniature di pietra che, probabilmente, nell’immaginario del loro realizzatore dovevano essere dei gargoyle e che, invece, assomigliano ben più a dei nani da giardino che hanno alzato troppo il gomito.
In principio l’alloggio era stato chiaramente pensato per una giovane coppia senza figli: allineati in orizzontale si trovano una prima camera da letto, una cucina sottile (tanto da richiedere un tavolo a scomparsa che non può ospitare più di due persone per volta), un piccolo bagno con vano doccia e un’altra stanza che la giovane coppia avrebbe adibito a soggiorno e che invece, nel caso di Lucien, è diventata la camera da letto di Carlus - ben più luminosa e spaziosa della sua. Del soggiorno, a Descaves era ben chiaro sin dall’inizio, nessuno avrebbe sentito la mancanza.
Se uno psichiatra avesse accesso all’appartamento (eventualità improbabile, dal momento che in oltre un anno nessuno, oltre a Carlus, Lucien e la babysitter, ha varcato la sua soglia) interpreterebbe la sua identità bipartita con una grave forma di schizofrenia. Se infatti la stanza del bimbo è di una cura maniacale, con due librerie colme di albi colorati e giochi di ogni tipo e forma, le pareti tappezzate di disegni a pastello e acquerello, il pavimento irto di ostacoli, da una bicicletta con le rotelle a una tenda degli indiani, oltre a tre piste delle macchinine e un’articolatissima ferrovia di legno, la camera da letto del commissario è invece di una spartanità esasperante. Questa è infatti composta da un materasso sul pavimento, un armadio per i vestiti e una scrivania, tuttavia sprovvista di sedia, non trattandosi di una vera e propria scrivania nel senso canonico del termine, venendo soltanto utilizzata come appoggio per documenti e bollette. Non un quadro, non un tappeto, nemmeno un libro, figurarsi una pianta. L’ingresso in camera del padre - non a caso - è interdetta a Carlus.
Il loro punto di incontro è la sottilissima cucina (una terra di nessuno tra le due solitudini), dove Descaves solleva il figlio sul pianale, mentre lui prepara da mangiare, lasciandosi aiutare dal figlio nel passargli gli ingredienti.
Choupinou. (il figlio si rigira una macchina della polizia tra le mani, mentre il padre pela un grosso mucchio di patate.) Ho parlato con Christiane oggi. Mi ha detto che hai fatto di nuovo male a un bambino. (Carlus sembra non sentirlo, lo sguardo basso sul giocattolo. Descaves cerca di tenere un tono leggero e casuale) Io lo capisco che è un periodo strano, ma ho davvero bisogno che questa cosa non capiti più. Davvero tanto bisogno. Posso fidarmi di te? (Carlus sembra perso nel suo mondo) Carlus! (in preda a un moto di frustrazione, Lucien picchia il pugno contro il pianale, facendo un botto ben più forte di quanto lui stesso si potesse aspettarsi) Dimmi che hai capito: non-può-più -succedere-di-nuovo. Siamo intesi? (Carlus finalmente annuisce debolmente) Bene, mi fido di te. (mentre ricomincia a pelare le patate, osserva di sottecchi il figlio, il cui viso è rigato da silenziose lacrime) Mi passi quella ciotola per favore? (il bambino gliela passa e si asciuga il naso con il dorso della manica) Non volevo battere il pugno, scusami. (Carlus tira su col naso) Choupinou, mi dispiace. Papà è soltanto preoccupato. Capisci? (Carlus fissa la macchinina tra le mani) Ecco, ora tagliamo le patate e le mettiamo nella pentola, mi aiuti? (Carlus annuisce debolmente) Bravo ragazzo. Quando avevo la tua età –
Si sente un botto. Sordo, distante, ma abbastanza potente da far vibrare leggermente i vetri della cucina. Abbastanza da far volgere lo sguardo a entrambi verso gli alberi innevati che si trovano di fronte al loro palazzo.
Fuochi. È mai possibile che a febbraio in questa città sparino ancora i fuochi?
Lo dice ad alta voce ma, per quanto plausibile, non si fida dei suoi pensieri. Certo, può darsi che qualche imbecille - come accade, ancora nelle settimane successive il capodanno - si diverta a sparare qualche fuoco d’artificio tardivo; magari anche “truccato”. Ma all’orecchio di uno sbirro, abituato agli spari del poligono, quella che ha premuto contro i loro vetri non sembrava l’onda d’urto di un botto di capodanno.
Descaves lancia uno sguardo verso il figlio che, muto, lo osserva con una leggera inquietudine negli occhi. Lucien gli si avvicina con la scodella delle bucce e lo stringe a sé.
È soltanto un botto Choupinou. Vieni, buttiamo tutto in pentola e andiamo a lavarci.
(continua)
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