Capitolo 5.1
La frontiera, per esempio. Non è forse triste, una frontiera? Linea immaginaria blindata da uomini armati. Cicatrice rimarginata su trincee di morti. Avamposto di paura, in attesa dell’orda barbarica. Che arriva. Non arriva. E dall’altra parte pure aspettano l’orda barbarica. Che arriva. Non arriva.
Non è forse triste, una frontiera? Quando da entrambi i lati ci si pensa selvaggi? Armi puntate in difesa di una retta tirata col righello. A difendere la propria civiltà. Da cosa? Dal barbaro. Che è come te, ma dall’altra parte di una linea. Prima non c’era, ora c’è. Sei tu l’avamposto, l’ultima trincea del progresso, l’ultimo presidio del buonsenso. Armato fino ai denti. Sulla frontiera.
È una cosa ben triste, la frontiera. Terra di nessuno irremovibile, priva di morale, corruttrice di pionieri senza macchina, presto carnefici spietati, brandiscono le proprie leggi terrene, le proprie leggi divine, terrorizzati, soli. Addomestica il vuoto, una frontiera. Cimitero di cuori cavi, e di spiriti aridi.
Bandiera di vedetta alla solitudine degli uomini, la frontiera. Altolà chi va là, frontiera. Gli spari, frontiera. Conquista, frontiera. Alza la sbarra, abbassa la sbarra, documenti prego, buona giornata. Cannocchiale, sentinella, arriva qualcuno. Solo un’ombra. “Loro”, frontiera. “Noi”.
Anche un uomo è una cosa triste, se vive di frontiere. Tra la fame insaziabile di conquista e il terrore di venire conquistato. Se permette di diventare, egli stesso, una frontiera.
A ben vedere, la frontiera è un uomo solo, imprigionato tra due sbarre. In attesa dell’orda barbarica. Che arriva. Non arriva. Fino a quando non ha più alcuna importanza.
(continua)
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